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Aposiopesi

a-po-sio-pè-si

significato

Figura retorica che consiste nella sospensione ad arte del discorso in modo da alludere a ciò che si tace

etimologia

dal greco aposiòpesis ‘reticenza’, derivato del verbo aposiopào ‘tacere’.

La parola che pare più sconosciuta, aulica e perfino difficile da pronunciare o scrivere può significare qualcosa di incredibilmente comune e naturale. Tutti usiamo l’aposiopesi, anche se, come accade con molte figure retoriche, spesso non ce ne accorgiamo.

L’aposiopesi è una figura retorica nota anche come reticenza o sospensione - ma rispetto a questi termini ha il vantaggio di essere un nome specifico, privo di altri significati generali: nell’aposiopesi il discorso viene sapientemente interrotto lasciando intendere ciò che segue, come se non si volesse o non si potesse dire. Qualche esempio? «Agilulfo è davvero generoso. Mentre Zebedeo…»; «Non voglio dire che quel che manca dalla cassa lo abbia preso Odovilia, ma…» (in questo caso c’è anche una preterizione ); «La cena è stata molto romantica, e poi…».

È un artificio che si fonda sull’allusione: è stimolante perché chiede a chi ascolta di immaginare il seguito, comunicando allo stesso tempo che non è il caso di dire tutto. Qui la reticenza diventa uno schermo opportuno, un velo dietro al quale solo si suggerisce che cosa ci potrebbe essere. L’integrazione è opera complice di chi ascolta.

Per esprimere un’aposiopesi, nel parlato si dispone di un colossale arsenale di espressioni vocali, mimiche e gestuali (languori, ammiccamenti, risolini), mentre per iscritto spesso si ricorre ai semplici puntini di sospensione. In prosa e in poesia è stata sperimentata in ogni sua possibile forma: è un tipo di comunicazione naturalmente potente, può essere calcolato con astuzia misurata, ma ciascuno di noi, comunque, lo sfrutta intuitivamente.

Parola pubblicata il 23 novembre 2015

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