Tedio

tè-dio

Significato Noia profonda, stanca, scontenta e disgustata

Etimologia voce dotta recuperata dal latino taedium, da taedet (verbo difettivo impersonale), ‘essere stanco, disgustato’.

  • «La sua lezione è stata di un tedio tale da aver gettato un'ombra tetra su tutta la stanza.»

Avventuriamoci su terreni più difficili — però tutti terreni interiori e che frequentiamo quotidianamente, sia chiaro.

Anche se sembra, il tedio non è solo un collega più azzimato della noia. Hanno dentro cose diverse, hanno cause diverse — e siamo sempre pronti a confonderli.

Una volta di più dobbiamo rilevare come l’etimologia, dall’alto delle mille belle cose che può fare, non è sempre la via giusta per capire le specificità del significato che una parola ha oggi.
Ad esempio la noia ha origine in latino nientemeno che dall’odio (in odio, sottinteso habere, quindi ‘avere in odio, avversare’). Ma oggi per noi la noia non è uno spazio di ostilità, anzi: specie in questa fase storica, in cui una quantità di enormi attività commerciali bieche e predatorie ci ha sempre più spossessati della nostra noia (tramite intrattenimenti, be’, tediosi), è diventata anche uno spazio desiderabile — quello dove la creatività alligna e germinano idee, consapevolezze, scoperte, guarigioni, slanci. Perfino riscatti. Certo, non un esito scritto nell’etimo.

‘Noia’, come forse s’indovina, è una parola popolare, che dal latino ha dato frutti in provenzale, che ha dato frutti in tante altre lingue, di bocca in bocca, e ha avuto tutto l’agio di prendere pieghe delle più diverse. ‘Tedio’ invece è una parola dotta, adattata dal taedium latino, derivato del verbo taedet (impersonale, e peraltro di origine oscura). È un verbo che significa ‘essere stanco, avere fastidio, disgusto’. Non ha tanto una dimensione intellettuale, è molto fisico, molto viscerale. Nell’italiano sembra che questo tratto sia temperato dalla stessa altezza della parola, che tende a intiepidirla — in effetti la noia è molto più spendibile e corrente.

Fin dal Duecento, ‘tedio’ è stato esplorato in significati francamente molto diversi, ma col tempo si è concentrato, quasi riallineandosi con i significati latini. In effetti oggi ci parrebbe più che strano sentir parlare del tedio di Cristo in croce, del tedio che la grandine ha portato alla vigna, o del tenere a tedio l’amico che vorrebbe intervenire subito.

Per quel che ci riguarda oggi, potremmo dire che il tedio è una noia più opprimente, più profonda. Nella noia dei pomeriggi si tessono rapporti che durano una vita; ma nel tedio di un pomeriggio perfino la voglia di evasione smuore.
Nelle sue molte manifestazioni c’è una sazietà disgustata, che scaturisce da una monotona uniformità; scontentezza, insoddisfazione che sconfinano in un’afflizione tesa e sorda; e trova buona terra sia in indifferenze e mancanze d’interessi proprie, sia nel confronto con tratti gretti e vani del mondo.

Posso parlare del tedio che provo durante la cena per i discorsi che fanno le altre persone, e che mi lascia con lo stomaco girato; del tedio da cui cerco di riscuotermi trasferendomi, o imbarcandomi in una nuova avventura; del tedio che narrazioni magnetiche ingenerano nel gruppo che nessuno ha avuto l’interesse e la capacità di tenere acceso. O magari del tedio che mi aggredisce quando cerco di riposare. Ne parlava anche Leopardi:

O greggia mia [...].
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Oggi il tedio, con la sua stanchezza, con la sua difficoltà, è l’estremo più afflitto del campo della noia. Certo è meno triste e meno esistenziale dello spleen — il tedio può essere persistente ma ha il pregio di poter svaporare, sotto ai giusti raggi. Ed è importante saperlo distinguere anche nel nome, perché porta messaggi importanti da noi, per noi.

Parola pubblicata il 14 Febbraio 2026 • di Giorgio Moretti