Svettare

svet-tà-re (io svét-to)

Significato 1) Ergersi in altezza; 2) Tagliare la cima di una pianta

Etimologia in entrambi i casi da vetta, che viene dal latino vitta ‘benda’; nel primo caso il prefisso s- è intensivo, nel secondo privativo.

  • «Guarda come svettano i pioppi, mossi dal vento.»
  • «Ho svettato il ficus, toccava il soffitto.»

Non una parola ma due, e stavolta non per convergenza casuale: hanno effettivamente la radice in comune, e prendono vie molto diverse solo perché il medesimo prefisso, dall'alto della sua irriducibile sintesi, sa dire una cosa e il suo contrario.

Abbiamo uno svettare che è togliere la cima a una pianta, e uno svettare (più comune e rilevante) che è un ergersi in altezza. Ma vetta, a guardarla bene, non è una parola strana? Da che famiglia viene, che parenti ha, insomma chi è?

In latino vitta non nasce come cima d'albero o di monte. È una benda.
Ora, le bende sono un accessorio sacro che è rimasto poco nel nostro immaginario, ma non c'era oracolo, sacerdotessa o ierofante che non ne indossasse, come simbolo di consacrazione, capacità di mediazione col mondo di sopra, inviolabilità. Anzi spesso pure gli animali sacrificali ne indossavano. E dove si indossavano queste vitte? Strette al capo, ovviamente (viēre significa ‘legare, intrecciare’).

Metonimia fulminante! La vetta, benda stretta a una testa umana, diventa cima di figure che si innalzano, che mostrano con particolare evidenza un apice — ma diciamolo: che svettano. Qui la s- è intensiva. (Ho scritto un apice; anche apice ha la medesima, sorprendente sorte: nasce come punta del cappello conico dei sacerdoti flàmini.)

Niente di strano, allora, nell'evoluzione dello svettare: a fare questa cosa davanti a noi sono da sempre pioppi, cipressi (vabbè, diciamo alberi) e montagne, e più di recente torri, campanili, grattacieli. Non è un atto di grande dinamismo — sono tutte presenze statiche che si scoprono vette sopra il resto basso. Ma è uno stato di corporeità intima e forte, che si trasmette bene al piano figurato.

Scrivo intima pensando al confronto con certi sinonimi. Il torreggiare è incombente — la torre sembra chiusa in sé stessa, ma è vigile, e aperta a un'azione di lungo raggio. Assomiglia un po' al sovrastare. Lo spiccare è spicciolo e mobile come uno staccare — mentre lo stagliare ha una prospettiva quasi fotografica. Il campeggiare si relaziona col campo rispetto a cui s'innalza. L'ergersi, come il levarsi, ha un tratto dinamico, e contorni non troppo netti.

Lo svettare è stabile e leggermente mobile a un tempo, serenamente distante e poco coinvolto in ciò che ha intorno, sicuro, maestoso. Svettano gli abeti nel bosco di castagni, ma svettano anche le molli canne al vento, e le lingue di fuoco, la sera, dal fondo del braciere; svettano le Alpi Apuane sul piano del mare, svettano i campanili nel paesaggio dell'ampia valle, svettano alcune opere e alcune idee in un campo di proposte ordinarie.

L'altro svettare, invece, trova curiosamente nella medietà la sua cifra. Se il cimare e lo spuntare sono un'attenta, delicata potatura più da coiffeur, e se lo scapitozzare mutila violentemente la pianta, spesso compromettendone la vita, lo svettare richiede un certo impegno ma ha l'ordinarietà di strumenti comuni, come lo svettatoio — cesoie in punta di bastone. Così, in primavera, svetto le rose rampicanti.

Con questa doppiezza ci sediamo vicino all'enantiosemia — lo slancio e il taglio della cima. Ma resta soprattutto la meraviglia dello scoprire, in tutti questi vertiginosi vertici, la figura del capo cinto dalla benda sacra. Che impressione profondissima doveva fare l'apparizione di quei sacerdoti...!

Parola pubblicata il 01 Settembre 2026 • di Giorgio Moretti