Subconscio

sub-còn-scio

Significato Contenuti dell’attività psichica che restano immediatamente al di sotto della sfera cosciente, e che possono affiorare in determinate condizioni

Etimologia derivato di conscio (dal latino cònscius ‘consapevole, informato’, derivato di conscìre ‘essere consapevole’) con il prefisso sub-.

  • «Sapevo che era una persona malvagia, me lo diceva il mio subconscio»

Questa parola rimanda, attivando quasi un fenomeno di sinestesia, a qualcosa di umido, torbido, grigiastro. Fa quasi paura parlare di subconscio, perché evoca luoghi della mente che non coinvolgono la ragione, il controllo lucido del pensiero, ma che stanno appena sotto il livello della consapevolezza: una zona liminale, dove si accumulano – o potremmo dire dove sub-entrano – memorie, impressioni, emozioni latenti. È proprio quel prefisso sub- a giocare la partita. Non ci porta negli abissi inaccessibili della psiche, ma appena sotto la superficie della consapevolezza. Il subconscio non è infatti l’antitesi della coscienza, non è l’ignoto assoluto, bensì il non ancora emerso.

Nel colloquiare quotidiano ci capita ogni tanto di dire «me lo diceva il subconscio», riconoscendo improvvisamente quella forma di sapere che non passa per il ragionamento ponderato, logico. È un sapere vagamente impreciso, impalpabile e non argomentato, ma non per questo infondato. Il subconscio lavora per accumulo: registra dettagli che la coscienza trascura (troppo inutili? eccessivamente traumatici?) e li riassembla come in un puzzle, mandando a necessità segnali vaghi, ma insistenti. È così che, nei film (e talvolta anche nei fatti di cronaca), il protagonista rinuncia a salire su quell’aereo che di lì a poco precipiterà. Succede, probabilmente, anche quando proviamo un’immediata simpatia o antipatia per qualcuno appena incontrato. Diciamo «a pelle non mi convince», senza sapere bene perché. In realtà, il subconscio ha già messo insieme micro-indizi, dal modo di guardare alla postura, che richiamano esperienze passate. Agisce anche quando ci sentiamo improvvisamente a disagio in una situazione apparentemente neutra. Qualcosa non ci quadra, una conversazione ci irrigidisce, le mani ci sudano, un invito ci pesa senza un motivo chiaro. Spesso, a posteriori, scopriamo che c’era qualcosa che non avevamo colto subito: un’ambiguità o un dettaglio fuori posto che il subconscio aveva registrato per primo.
Così possiamo parlare di impressioni che arrivano dal subconscio, di una paura subconscia che dirige le azioni di un’intera comunità, di un’associazione subconscia di cui ci rendiamo conto all’improvviso.

Qui serve fare una precisazione che farebbe piacere a Freud: subconscio e inconscio non sono la stessa cosa, anche se nel linguaggio di tutti i giorni li usiamo come sinonimi. L’inconscio,soprattutto nella tradizione freudiana, è un sistema strutturato, governato da forze pulsionali e in gran parte inaccessibile, dove risiedono traumi e desideri repressi. Il subconscio, invece, è una zona che sta tra il conscio e l’inconscio, spesso definita anche preconscio, che ospita contenuti che non stiamo pensando attivamente, ma che possono emergere con relativa facilità, magari grazie ad un piccolo stimolo.

Piccola postilla per chi vuole essere inattaccabile ai pranzi di famiglia: la psicologia moderna ha praticamente mandato in pensione il termine subconscio, sostituendolo con una selva di espressioni più tecniche, del tipo ‘processi impliciti’. Più rigoroso? Certamente. Più poetico? Non proprio. In fondo, parlare di subconscio significa riconoscere che l’essere umano è limitato nella sua capacità di interpretarsi. Infatti noi comuni mortali continuiamo a dire «me lo sentivo» e «me lo diceva una vocina interiore». E va benissimo così, soprattutto finché quelle intuizioni o quei presentimenti ci sono utili.

Parola pubblicata il 05 Febbraio 2026 • di Greta Mazzaggio