Scemo
scé-mo
Significato Mancante di una parte, non pieno, non intero; per estensione, detto di persona, che manca di senno o di prontezza di mente
Etimologia participio passato di scemare ‘diminuire, ridursi della metà’, attraverso il latino volgare *semare, derivato del latino tardo sēmus ‘mezzo, dimezzato’, a sua volta da sēmi- ‘metà’.
- «Di tutta la baldoria della festa, era rimasta sul tavolo una bottiglia scema.»
Parola pubblicata il 22 Luglio 2026 • di Giorgio Moretti
Oggi il fatto è del tutto opaco, ma prima di essere un insulto scemo è stato a lungo una misura. Voleva dire 'non pieno, non intero', e lo si adoperava per un recipiente, per una provvista, per la luna. C'è insomma un contenuto da raccogliere con una qual delicatezza, in fondo a questa parola.
Scemo è il participio di scemare, 'diminuire, calare', che attraverso un passaggio nel parlato viene dal latino sēmus, 'mezzo, dimezzato', cugino di quel sēmi- che (al contrario) prontamente usiamo e ritroviamo come elemento in tanta roba a metà: dal semiaperto al semicupio, dal semicircolare al semifreddo, dal semidio al seminudo. Scemo, alla radice, è dunque ciò che è ridotto della metà, ciò a cui è stata tolta una parte: significato semplice e solido. Era scemo il fiasco non colmo, scema la luna calante — lo stesso Dante (con un'espressione che oggi cuciremmo bruscamente su qualche lunatico con astrofissazioni) chiama la porzione in ombra del suo disco «lo scemo de la luna». Anche in architettura lo troviamo con questo significato specifico: l'arco scemo non è malfatto e stravagante, ma a sesto ribassato, con una curva di altezza inferiore al semicerchio, a cui sembra manchi qualcosa. Ma ecco: lo scemo si scontorna bene nel semplice 'mancante'; si potrebbe parlare di un provvedimento scemo d'effetto, di una reazione scema d'ogni compassione, e per restare su Dante, XXX del Purgatorio, uno dei momenti più delicati e struggenti della Commedia (la scomparsa senza commiato di Virgilio, all'apparire di Beatrice), leggiamo «Ma Virgilio n’avea lasciati scemi / di sé, Virgilio dolcissimo patre».
Dal 'mancante' generale a un mancante focalizzato sull'intelletto il passo è breve: la parola ha smesso di misurare elementi del mondo più o meno presenti e completi e ha cominciato a misurare le teste. In effetti è una parola estremamente usata, nel senso di 'mancante d'intelligenza', e va maneggiata con cura.
Ora, di modi di dire questa-cosa-qui ne abbiamo a bizzeffe, e se accediamo anche alla dimensione dei regionalismi la mole si fa incommensurabile. Ciascuno rende un gusto specifico — ma non perdiamoci, confrontiamo giusto i pesi massimi di questa sfera semantica.
Stupido, agganciato allo stupore, ci dipinge il profilo ingeneroso di uno stordimento bloccato nella meraviglia. Il suo baricentro è nell'ottusa lentezza di mente. Sciocco, figuriamoci, è propriamente l'insipido, senza sale — e si distingue per una fatuità leggera, ingenua. Lo scemo ha i piedi per terra, squaderna una mancanza ed esprime un giudizio vasto, e se senz'altro non è una lusinga («Ma che sei, scemo?»), sa anche volgersi in sensi attenuati che sono estremamente interessanti — e forse lo fa con un'allure distintiva. Cantare insieme una canzone scema è una via di complicità, ci divertiamo con la nostra compagnia guardando e commentando film scemi, e che scema che sei a farmi un complimento del genere.
Lo scemo può essere scemo e basta, e comportarsi come un insulto qualsiasi. Ha però un che della libertà del matto, una leggerezza che non è volatile ma sciolta: ci basti pensare alla complessità della figura dello scemo del villaggio.