Scartafaccio

scar-ta-fàc-cio

Significato Quaderno di più fogli (legati o sciolti) per appunti sommari, spesso con tono familiare o spregiativo

Etimologia etimologia discussa; prestito adattato dallo spagnolo cartapacio, col prefisso s- e attrazione di faccia. Cartapacio è probabilmente adattamento del latino medievale chartophylacium, dal greco tardo khartophylákion ‘custodia per le carte, archivio’, composto di khártēs ‘carta, documento’ e di un derivato di phyláttō ‘custodire’.

  • «In quello scartafaccio dovrebbe esserci appuntata la data d'arrivo.»

Certo che anche per dire questa cosa abbiamo diverse, ricche opzioni — fatto che può sembrare strano, data la specificità dell'oggetto. Peraltro sono tutte opzioni di un certo livello, pure nel tratto spregiativo: perché l'oggetto, il fascio di fogli per primi appunti — anche appunti da sgrossare —, ha una nobiltà vertiginosa, che deriva da come questo fascio si colloca in un alto processo di pensiero. Non esistono scartafacci là dove non serve un pensiero organizzato. E insomma ci sono nomi che minimizzano, che sviliscono (per asteismo, per understatement e non solo), però non nomi volgari.

Lo scartafaccio è un quaderno o una raccolta di fogli scritti alla buona, con appunti presi al momento, minute, abbozzi. Posso parlare degli scartafacci che ingombrano la scrivania del nonno, dell'idea che avevamo buttato giù in uno scartafaccio che adesso non ritroviamo, degli scartafacci vagliati durante il processo, dello scartafaccio in cui raccogliamo pensieri e note di viaggio, degli scartafacci preparatori della grande opera.

Il tono del termine è piuttosto spregiativo — è un oggetto dimesso, lo scartafaccio. È abbastanza grezzo, certo disordinato, e pare di poco conto. Però ha una complessità senz'altro maggiore rispetto al suo parimenti spregiato collega brogliaccio — più volante, imperniato su un appunto circoscritto. Ed entrambi hanno un fuoco stretto sulla nota, che ad esempio manca alla scartoffia. In ogni caso, poco meno della scartoffia, anche lo scartafaccio può avere un che di burocratico.

D'altro canto è più umile di quanto non sia lo zibaldone, che invece può essere non meno curato e raffinato di un diario, anche se caotico, miscellaneo. Anzi lo zibaldone, da Leopardi in poi, non nasconde un'ambizione letteraria. Per quanto non sia comunque vezzoso quanto un calepino, che con la sua ricercatezza ci avverte di voler essere un libricino di appunti fini, anzi squisiti, con una tenue sfumatura di pavone.
E pensiamo all'enorme differenza che c'è col taccuino — agile, pronto, senza leziosità, e potente nel modo che ha di raccogliere spunti, informazioni, idee.

Meraviglioso come la struttura dell'etimologia stessa ci renda l'idea dello scartafaccio: è un prestito dallo spagnolo, stropicciato in assonanza con faccia, che a sua volta (forse) arrivava con tutti i bolli dal latino medievale, e questo dal greco tardo, come 'custodia per carte' — concetto sofisticato, intellettuale e burocratico, che passando di carta in carta ci arriva come dossier, come file stazzonato che raccoglie ciò che del pensiero, al volo, è stato preso e appuntato nero in bianco. Come ad esempio — per stare nell'uso volante della parola — la prima copia del giornale di bordo nautico, o il registro mercantile delle prime note che devono finire nel libro mastro.

Così, allargandone un po' le maglie, possiamo parlare della nostra vecchia copia di un libro meraviglioso, ridotta ormai a uno scartafaccio, di un accadimento di cui non abbiamo altro scartafaccio che il nostro ricordo, dello scartafaccio polemico che viene pubblicato, e accentra il dibattito.

Una certa ricchezza di sfumature e possibilità, per esser solo uno scartafaccio.

Parola pubblicata il 30 Agosto 2026 • di Giorgio Moretti