Sberleffo

sber-lèf-fo

Significato Gesto o smorfia di scherno fatta con la bocca; anticamente, taglio o sfregio sul viso

Etimologia derivato col prefisso s- di berleffo ‘viso, muso’ (voce gergale desueta), dal dialettale lèrfo ‘labbro’ (prob. col prefisso bis-), dall’antico alto tedesco leffur ‘labbro’.

  • «Le voltò le spalle con uno sberleffo, la lingua di fuori e tutta la sfacciataggine del mondo.»

Oggi uno sberleffo è una boccaccia: lingua di fuori, labbra storte, tutta la beffa e il disprezzo che una faccia sa mettere in mostra. Eppure la stessa identica parola, un tempo, rappresentava qualcosa di decisamente più crudo — un taglio, uno sfregio sul viso. Che la smorfia di scherno e la ferita portino lo stesso nome ha una sua ragione.

Sotto allo sberleffo c'è un labbro, anzi un muso. La parola risale all'antico alto tedesco leffur, 'labbro' — lo stesso che porta al tedesco Lefze, che indica il labbro degli animali, e cugino dell'inglese lip; di lì il regionale lèrfo, che sa mostrare una sfumatura sgradevole di 'labbra sporgenti, da bestia', e poi un berleffo gergale che valeva proprio 'viso, muso'. Basta il prefisso s-, di spregio, ed ecco lo sberleffo.

Si intravede meglio allora il doppio volto della parola (sempre storto). Da un lato la smorfia: fare uno sberleffo è storcere il muso, sporgere le labbra, cavare la lingua — è il viso ridotto a caricatura, che si astrae nell'esternazione di scherno. Dall'altro (in senso desueto) lo sfregio: un solco lungo il viso può essere una specie di sorriso. (Peraltro anche il francese fa qualcosa di analogo con balafre, 'sfregio'.) È eloquente, conseguente ma un po' duro, il modo in cui le espressioni della mimica facciale, specie quelle esagerate, si accomunino a cicatrici e tagli.

È una parola corporea e popolare, viva e violenta: lo sberleffo è insieme sprezzante e brutale, un gesto della bocca, un'intenzione che non si misura. C'è qualcosa di animale, in questo mostrare labbra e lingua: lo sberleffo è il modo in cui un volto urbano si fa muso — e forse è per questo che ci colpisce a fondo, e che lo ricordiamo. Ha poi allargato il suo raggio ben oltre le facce: è sberleffo anche un gesto, una parola, un'intera opera che si fa beffe di qualcosa con sfacciataggine.

Incredibile come finisca per essere perfino più sguaiato dei suoi onorevoli colleghi. La smorfia è la più neutra: una contrazione del viso che può nascere dal dolore, dal disgusto, dallo sforzo, e solo per estensione dallo scherno. La boccaccia abita il mondo dei bambini e ha un'aria di marachella più che di offesa. Il ghigno lavora con più malizia e altrove, nel sorriso e negli occhi: è freddo e contratto là dove lo sberleffo è caldo e ampio. La beffa e lo scherno abbracciano concettualmente atteggiamenti più vasti e complessi. Lo sberleffo è incarnato: labbra, lingua, gesto, senza trascendere. Terragno e concreto, resta sulla faccia.

Posso parlare del bambino che senza esser visto (o pensando di non esserlo) fa uno sberleffo alle spalle della maestra; della satira che richiamando un potente dopo l'altro infila altri e altri sberleffi; dello sberleffo del destino di quando l'autobus riparte un attimo prima che arriviamo, durante l'unico acquazzone del periodo. E con un po' di audacia, dello sberleffo della cicatrice di una rissa lontana.

Bella testimonianza del potere espressivo delle parole basse.

Parola pubblicata il 03 Luglio 2026 • di Giorgio Moretti