Ragazzo
ra-gàz-zo
Significato Giovane, giovanotto
Etimologia secondo alcune fonti dal greco bizantino ergàtes, ‘servitore’, secondo altre dall’arabo raqqās, ‘portalettere’, dal verbo raqasa, ‘danzare, muoversi animatamente’.
- «Lasciate provare il ragazzo!»
Parola pubblicata il 22 Marzo 2026 • di Maria Costanza Boldrini
Questa parola, comune e semplice, cela dietro la sua banale normalità un tesoro etimologico incerto: ad essere discusse sono due piste. Secondo alcuni dizionari essa affonderebbe le radici nell’arabo, secondo altri nel greco bizantino. Alla base, in entrambi i casi, stanno però nomi di mestieri umilissimi e antichi come il servitore e il portalettere. Per entrambi era necessario correre molto e di buona lena: ne sa qualcosa Truffaldino, o Arlecchino, che, nonostante la poltronaggine e l’ingordigia innate, servendo due padroni si ritrova a compiere acrobazie e a scorrazzare di qua e di là. Il fattorino e il servitore erano anche due lavori il cui valsente lasciava parecchio a desiderare: ovvio che una simile incombenza non potesse che essere assolta dai più giovani, i puledrini che hanno la smania nelle gambe e le tasche vuote per le quali anche due spiccioli sembrano un bel malloppo.
In questa immagine, di semplicità e pregnanza massime, risiede la cifra e il paradigma del ragazzo, una parola che vive nei nostri discorsi quotidianamente. Dalle espressioni più trite come ‘è un gioco da ragazzi’, all’uso consapevole (il figlio diciottenne dei vicini si è fatto proprio un bel ragazzo), dagli abusi di senso, come quando definiamo persone ben oltre i trent’anni ragazzi e ragazze invece di dire quello che sono, cioè uomini e donne adulte, all’eufemismo per non irrigidire troppo una relazione che non ha una vera e propria ufficialità (la mia ragazza è un’appassionata giocatrice di bridge).
Una parola così comune e sfruttata da chiamare a gran voce dei sinonimi per accentuare meglio alcuni aspetti dei nostri discorsi, dai più aulici, appena usciti da un esercizio di grammatica latina, come fanciullo, che col suo diminutivo, per un sapore più pascoliano, diventa fanciullino, ai più tecnici, come adolescente. C’è poi l’imparziale giovane, che con un gusto un po’ rétro diventa giovanotto, da vecchia signora che sgrida il villano che la supera correndo e facendola quasi rovinare a terra, utile a sottolineare l’età e il vigore fisico. C’è giovanetto, se proprio indichiamo qualcuno nel pieno della fase prepuberale… ragazzo, se vogliamo, li racchiude tutti, e forse proprio per tale ragione è così presente nei nostri discorsi.
Questo prezzemolo del nostro vocabolario potrebbe derivare dall'arabo raqqās, col significato di postino, fattorino. La parola è legata etimologicamente al verbo raqasa, dai significati di danzare, ballare, muoversi animatamente. Proprio ciò che fa quotidianamente il portalettere, il garzone che corre qua e là per la città a recapitare lettere, pacchi e raccomandate, correndo come una lepre.
I dizionari che invece prendono la strada greca, sostengono che esso provenga da ergàtes, servitore, in lingua greca bizantina.
In quali modi questa parola è giunta in italiano? Secondo i fautori della prima etimologia, la via sarebbe nient’altro che le contrade siciliane: dopo aver attraccato nei porti, superato le dogane e gli arsenali, è arrivata mano nella mano col facchino, altro figuro di questo mondo antico in cui i lavori ingrati e faticosi erano i pilastri sui quali si ergevano le potenze marinare che hanno spadroneggiato per secoli nel Mediterraneo.
Gli accademici più propensi al sentiero greco, invece, indicano l’esarcato di Ravenna come la porta d’accesso nella nostra penisola, suffragando l’affermazione con le prime comparse della parola e la sua conseguente espansione, avvenute proprio nel centro Italia. Al di là di ciò, la caratteristica comune di chi si impiegava come servitore o fattorino era la giovinezza — e non è un caso se anche oggi 'ragazzo' sia usato per indicare il garzone, il fattorino, il domestico giovane — ed ecco che essa ha preso il sopravvento a livello semantico: più che il mestiere, poté l’età.