Quattrino

quat-trì-no

Significato Antica moneta del valore di quattro soldi in uso in Italia dal XIII al XIX secolo; comunemente utilizzato per indicare una quantità scarsissima di denaro

Etimologia derivato di quattro, con il diminutivo -ino, in quanto era multiplo del denaro, quattro denari o pìccioli, quatrenus poi quattrino.

  • «Non ho un quattrino in tasca, sono completamente al verde»

Il quattrino è una di quelle parole che continuiamo a usare quotidianamente pur parlando di qualcosa che non esiste più da oltre un secolo e mezzo. L’ultima volta che un quattrino vero è uscito da una zecca italiana era il 1866, eppure ancora oggi diciamo ‘fare quattrini’, ‘spendere quattrini’, ‘essere senza il becco di un quattrino’ – espressione curiosa, per la quale non esiste una spiegazione certa, anche se l’ipotesi più accreditata attribuisce a becco un valore rafforzativo – o, più seccamente, essere ‘squattrinato’. È una sopravvivenza linguistica tenace, che merita di essere raccontata partendo dalle origini.

Il quattrino nacque a Firenze nel 1347 come moneta di mistura, una lega povera d’argento mescolato con rame, e prese il nome dal fatto che valeva quattro denari, cioè quattro volte la moneta più piccola in circolazione. Non era granché, ma era pratico: con l’aumento del costo della vita trecentesco, il denaro era diventato di valore troppo esiguo per le transazioni quotidiane, e serviva qualcosa di leggermente più comodo. Il quattrino rispose perfettamente a questa esigenza.

L’idea funzionò così bene che nel giro di pochi decenni altre città italiane si misero a coniare i propri quattrini, ognuno con le sue caratteristiche e i suoi simboli. A Bologna, ad esempio, arrivò nel 1406, e il quattrino bolognese mostrava da un lato le chiavi pontificie e dall’altro san Petronio, patrono della città, con la città di Bologna su una mano, una scelta che bilanciava sottilmente potere papale e orgoglio cittadino.

Ma la caratteristica che accomunava tutti i quattrini italiani era una: erano monete da poveri. Anzi, la moneta dei poveri per eccellenza. Con i quattrini si comprava il pane, si pagava il vino sfuso, si acquistavano le piccole cose necessarie per sopravvivere; era la moneta spicciola che tintinnava nelle tasche degli artigiani, dei contadini, della gente minuta. Chi aveva quattrini in tasca non era ricco, era semplicemente vivo, e poteva tirare a campare per un altro giorno.

Nel corso dei secoli il quattrino si svalutò sempre più. Se quindi all’inizio era di mistura, poi divenne di rame puro, e il suo potere d’acquisto si assottigliò fino a diventare quasi simbolico. Eppure continuò a circolare per quasi cinque secoli, fino a quando il Regno d’Italia non introdusse il sistema decimale con lire e centesimi, mandando definitivamente in pensione questa vecchia monetina.

Ed è qui che succede qualcosa di curioso. Il quattrino scompare dalle tasche degli italiani ma non dalla loro bocca. La parola rimane viva nelle espressioni quotidiane, mantenendo la sua doppia anima. Da un lato conserva la memoria della sua umiltà originale: ‘non vale un quattrino’ significa che qualcosa è completamente privo di valore, o ‘non avere un quattrino’ indica povertà assoluta, insomma, l’essere al verde (espressione che nasce dal fatto che le candele nella parte finale, quando erano quasi completamente consumate, erano solitamente tinte di verde). Qui il quattrino mantiene fedelmente la sua storia: era la moneta più piccola, quindi non averne nemmeno uno significava essere nella miseria più nera. Dall’altro lato, però, ‘fare quattrini’ significa arricchirsi, ‘avere quattrini’ vuol dire essere benestanti, ‘essere pieni di quattrini’ indica ricchezza. Persino Collodi, nelle Avventure di Pinocchio, usa la parola in questo senso quando Pinocchio, ormai cresciuto, incontra il Gatto e la Volpe ridotti in miseria e dice loro: «Se siete poveri ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice: “I quattrini rubati non fanno mai frutto”». Qui i quattrini non sono più la monetina di rame da pochi denari, ma il denaro in generale, simbolo di onestà e lavoro contrapposto alla ricchezza disonesta. Come è potuto accadere questo? Come può la moneta dei poveri diventare sinonimo di ricchezza? Probabilmente perché per chi non aveva nulla, anche solo una manciata di quattrini rappresentava già qualcosa. E accumularne tanti, anche se erano monete di scarso valore, significava comunque avere dei risparmi.

C’è qualcosa di teneramente anacronistico, persino nostalgico, in tutto questo. Nell’epoca delle criptovalute, dei pagamenti contactless, di ‘mandami i soldi con PayPal o Satispay’, dei bonifici istantanei, continuiamo a parlare di una monetina di rame che circolava quando l’Italia non era nemmeno unita. È come se il quattrino, troppo piccolo e umile per essere ricordato dalla storia ufficiale, si fosse preso una rivincita nella lingua: sparito dalle tasche, è rimasto nella bocca di milioni di persone.

Forse è proprio questo il meraviglioso destino delle parole più autentiche e popolari, che sopravvivono per familiarità, e ogni volta che diciamo ‘non ho un quattrino’, rendiamo omaggio, spesso senza saperlo, a secoli di mercati, botteghe, vite minuscole e quotidiane pagate con monetine di rame.

Parola pubblicata il 12 Febbraio 2026 • di Greta Mazzaggio