Plebiscito

ple-bi-scì-to

Significato Nell’antica Roma, deliberazione della plebe; in età moderna, consultazione diretta del popolo su questioni fondamentali riguardanti la forma dello Stato o la sovranità di un territorio; figuratamente, consenso quasi unanime

Etimologia voce dotta recuperata dal latino plebiscitum, da plebis scitum ‘decreto della plebe’, formato dal genitivo di plebs plebis ‘plebe’ e da scitum ‘delibera’, sostantivato del participio passato di sciscĕre ‘decretare’, propriamente ‘cercar di sapere’, da scīre ‘sapere’.

  • «Non fu un'elezione: fu un plebiscito.»

Oggi questa parola significa più o meno tutti d’accordo. Diciamo che un’elezione è stata un plebiscito quando il margine è schiacciante, che un film ha avuto un plebiscito di consensi, che una decisione è passata a furor di plebiscito. Ed è curioso, perché la parola nasce dicendo l’esatto contrario: non la totalità, ma una parte sola — e per giunta la parte che contava meno.

Dentro c’è infatti la plebs, quel corpo di cittadini romani che non apparteneva al patriziato e che per secoli dovette strapparsi i diritti uno alla volta. E c’è lo scitum, la delibera, participio sostantivato di sciscĕre, decretare. Il plebis scitum era dunque la decisione presa dalla plebe riunita nei concilia plebis, su proposta dei suoi tribuni; e all’inizio aveva valore di legge per i soli plebei. Era, alla lettera, la delibera interna di una fazione, e dovette passare parecchio tempo, fino alla lex Hortensia, che le fonti datano al 287 o al 286 a.C., perché vincolasse tutti i cittadini. In una parola che oggi dice unanimità è iscritta, insomma, la memoria di una lunga esclusione.

Vale la pena fermarsi su quel verbo, perché è una vecchia conoscenza. Sciscĕre si forma su scīre, sapere — lo stesso scīre da cui, con il prefisso cum, abbiamo visto venire la coscienza, e da cui viene anche la scienza —, e gli etimologi lo glossano propriamente come ‘cercar di sapere’. Deliberare, per i Romani, era questo: andare a vedere come la pensano. Il che getta una luce interessante sul voto, perché suggerisce che vi sia dentro meno decisione e più accertamento di quanto ci piaccia pensare: non si stabilisce una cosa, si constata di saperla.

Qui, però, arriva il fatto che cambia tutto. Perché l’italiano moderno questa parola non l’ha ereditata: l’ha ripresa di peso, e in un momento molto preciso. Il nostro plebiscito nel senso attuale è datato 1852, ed entra guardando alla Francia, dove l’istituto era stato inaugurato l’anno prima e dove proprio nel 1852 un plebiscito sanciva l’ascesa di Luigi Napoleone al trono imperiale. Da lì, annotano gli etimologi, la parola viene reintrodotta nel 1860 per le consultazioni che dovevano decidere l’annessione al Regno d’Italia, a imitazione del francese. Il che significa che il vocabolo con cui l’Italia si è fatta nazione ci è arrivato da un voto che aveva appena abolito una repubblica. La parola è rimasta perfino nel paesaggio: Piazza del Plebiscito, a Napoli, prese il suo nome dopo il voto del 21 ottobre 1860 sull’annessione del Regno delle Due Sicilie.

Chi ci segue dai tempi della presupposizione vedrà subito dove sta il problema. Una domanda non porta soltanto ciò che chiede, ma anche ciò che dà per scontato; e la domanda plebiscitaria rischia di presupporre proprio ciò che varrebbe la pena discutere: la legittimità di chi la pone. Il plebiscito ammette formalmente due risposte, ma il contesto, la formulazione e il potere di chi interroga possono suggerirne una sola. È un atto linguistico più vicino all’investitura che alla deliberazione: non si limita a raccogliere una volontà, ma la trasforma in ratifica e la ratifica in legittimità.

Si capisce allora come la parola sia passata dalla parte al tutto. Le consultazioni ottocentesche produssero percentuali altissime, e plebiscito finì per nominare non più soltanto la procedura, ma il suo esito. È vicino ad acclamazione, che suggerisce però una voce collettiva più che un conteggio; e a unanimità, che descrive il risultato senza evocare il rito politico.

Una parola che ha cambiato segno due volte, dunque. Nata per nominare la voce di chi era escluso, è diventata il nome del consenso totale; e proprio per questo, quando la sentiamo in politica, conviene drizzare le orecchie. Perché la plebe, in origine, deliberava contro qualcuno. Quando a deliberare sono tutti, e all’unanimità, di solito non sta deliberando nessuno.

Parola pubblicata il 15 Ottobre 2026 • di Greta Mazzaggio