Pecunia

Radici indoeuropee

pe-cú-nia

Significato Denaro, ricchezza

Etimologia dal latino pecūnia ‘ricchezza’, derivato da pecū ‘gregge, bestiame’.

  • «Pecunia non olet» (‘il denaro non puzza’, proverbio latino).

In questo articolo strumentale puoi trovare alcune note di carattere generale riguardo a questo ciclo di parole. L’articolo verrà aggiornato nel tempo.

Il proverbio latino pecunia non olet è forse il contesto in cui si sente più spesso questa parola, che, al di fuori di esso, è un modo piuttosto marcato di riferirci alla ricchezza, e più precisamente al denaro. Lo vediamo bene nell'aggettivo pecuniario, che significa sostanzialmente ‘relativo al denaro’.

L'italiano pecunia è, del resto, un cultismo, cioè una parola presa di peso dal suo antecedente latino pecūnia, che anche designava la ricchezza proprietaria e in particolare monetaria. Non da sempre, però.

Il sostantivo pecūnia è infatti derivato in ultima analisi da una parola apparentemente distante dall'immaginario del denaro, il neutro pecū (plurale pecua), che indicava il ‘bestiame’ e in particolare il ‘gregge’. Ma a pensarci bene, la distanza si colma facilmente: nei primi secoli del I millennio a.C., nella campagne in cui sarebbe presto sorta Roma, avere un buon numero di capi di bestiame significava passarsela bene.

Se vi state chiedendo se anche il nostro pecora venga da qui, la risposta è nì: italiano pecora viene non proprio da pecū, ma da un suo strettissimo parente, pecus (genitivo pecoris), anche questo col significato di ‘gregge’. La cosa interessante è che, a essere precisi, il nostro femminile pecora è il continuatore del plurale di pecus, che suona esattamente pecora ‘greggi’: pecora è quindi un antichissimo collettivo che, a un certo punto, è passato a indicare il singolo elemento (non molto diversamente da quanto abbiamo ricostruito a livello preistorico per l’etimologia di ruota). Non tutti i volgari italoromanzi, però, sono passati per di qui: nei dialetti marchigiani meridionali, per esempio, è sopravvissuto il singolare pecus, e così laggiù la pecora è la pecu (o peco).
Ma torniamo a pecūnia. Derivato da pecū, dicevamo. Ma pecū da dove arriva?

Be’, è parola di sicura ascendenza non solo protoitalica, come mostra l’umbro pequo ‘bestiame, ricchezza’ (accusativo plurale), ma protoindoeuropea, come mostrano sanscrito páśu-, avestico pasu-, lituano pẽkus e una filza di parole germaniche dove a p corrisponde f (la legge di Grimm in tutto il suo splendore): tra le altre, gotico faihu, antico nordico , antico inglese feoh, antico alto tedesco fihu (da cui tedesco moderno Vieh). Tutte queste parole significano ‘bestiame, gregge’ e molte di quelle germaniche anche ‘proprietà, ricchezza’. È infatti proprio dal germanico che il latino medievale ha preso in prestito la parola feudum, il ‘feudo’, che ha costituto il fondamento della storia, economica e non solo, dell'Europa medioevale e moderna.

Anche nella forma, tutte queste parole si corrispondono fonema per fonema: puntano tutte dritto a *péḱu- (da cui, per inciso, anche armeno asr ‘lana, proprietà’), parola che possiamo dunque attribuire con sicurezza al protoindoeuropeo e perfino analizzare come un sostantivo formato dal suffisso *-u- e dalla radice *peḱ-, che riconosciamo in una serie di verbi per ‘pettinare, cardare, tosare’: greco πέκω (pékō), latino pectō, ossetico fas- (l’ossetico è la lingua parlata tutt’oggi dagli Osseti nella regione nordcaucasica divisa, purtroppo anche a colpi di cannone, tra Russia e Georgia: non è una lingua slava come il russo, né — guai a dirglielo — parente del georgiano, ma una lingua iranica).

Quell’apice sopra la k di *peḱ- è il motivo per cui abbiamo un suono c di casa in latino e in greco (diventato h in germanico sempre per legge di Grimm), ma un suono sc di sciame o s di sale in sanscrito, avestico, ossetico e armeno: *, che abbiamo incontrato anche due settimane fa nell’etimologia di drago, è una consonante palatovelare sorda, e la volta prima ancora abbiamo incontrato anche la corrispettiva sonora, la * dell’etimo di latino rēx, sanscrito rā́j- ‘re’.

Le palatovelari (che gli indoeuropeisti, pigri, chiamano anche “palatali”) sono fonemi simili nell’articolazione alla ch di chiacchiera e alla gh di mugghiare: velari a tutti gli effetti, ma pronunciate col dorso della lingua spostato un po’ in avanti nel cavo orale, verso il palato duro. Sono, insomma, creature bifronti, e infatti hanno avuto una sorte duplice nel discendere i rami dell’albero indoeuropeo: nelle lingue baltoslave (come lituano o il russo) e nelle lingue indoiraniche (come il sanscrito o l’avestico), nonché in albanese, in armeno e in alcune lingue di frammentaria attestazione, sono diventate quasi sempre delle sibilanti (come la s di sale, la sc di sciame, la z di Zinédine Zidane) o delle affricate (come la c di cesto, la z di Materazzi, la g di gelato); nei restanti rami dell’indoeuropeo, compreso il greco e tutti quelli a ovest del greco (italico, celtico, germanico), le palatovelari si sono confuse con le occlusive velari semplici (la c di cane e la g di gatto).

Se quindi, in latino, ‘gregge’ si diceva pecū o, per esempio, ‘cento’ si diceva centum (sempre con c “dura”), ma Zoroastro, che parlava avestico, diceva rispettivamente pasu- e satəm, è per via delle palatovelari protoindoeuropee: *péḱu- ‘gregge’, *ḱm̥tóm ‘cento’. In effetti, i glottologi chiamano proprio “lingue satəm” quelle che, come l'avestico, hanno esiti sibilanti o affricati delle palatovelari e “lingue centum” quelle che si comportano come il latino e le conservano come semplici velari. La differenza tra lingue satəm e centum è una delle grandi linee di demarcazione (per gli amici, isoglosse) delle lingue indoeuropee: ne riparleremo presto...

Parola pubblicata il 13 Giugno 2026 • di Erica Fratellini e Matteo Macciò

Radici indoeuropee - con Erica Fratellini e Matteo Macciò

Con Erica Fratellini e Matteo Macciò, glottologi e indoeuropeisti, un sabato su due andremo alla scoperta delle radici indoeuropee delle nostre parole — là dove sono nati i miti, le prime tecnologie, i nomi degli animali e delle parti del nostro corpo. Un 'là' che è 'qua', così come la chioma e il ceppo sono nello stesso posto.