Parodico

pa-rò-di-co

Significato Che ha i caratteri della parodia, della riproposizione ironica di un certo modello a fini critici

Etimologia voce dotta recuperata dal greco paroidikós, da paroidía, composto da para- ‘presso, accanto’ e oidé ‘canto’.

  • «Non lo hai notato? Era un discorso parodico!»

È un concetto che ci arriva dall’antichità già perfezionato — noi semplicemente lo continuiamo: possiamo cominciare dicendo che è parodico ciò che costituisce una parodia, o ricorda una parodia, ma è necessario capire che cosa sia una parodia.

Il greco paroidía è composto da un para- che significa ‘presso, accanto’, e che qui ci presenta una somiglianza, e da un oidé che è semplicemente un ‘canto’. È quindi un ‘canto simile’ — ma non nel senso di canto derivativo, composto in maniera manierista da qualche epigono con scarsa fantasia, al contrario: un canto contraffatto, un’opera che somiglia scimmiottando a fini satirici, umoristici. È un ribaltamento ironico compiuto ricalcando strutture e modelli. Beninteso: la parodia è un’arte squisita. Può parere bassotta, grottesca, ma per funzionare richiede come premessa necessaria la padronanza eccellente di ciò che imita, dai temi agli stilemi. Per fare un esempio classicone, è lungamente stato ritenuto ragionevole che l’autore della Batracomiomachia, parodia di un poema epico che narra la guerra fra rane e topi, fosse lo stesso Omero — con tutta la panoplia di concili divini, rassegne di soldati, gesta eroiche.

Il parodico entra in italiano nel Seicento, recuperato direttamente dal greco paroidikós, ma senza grande fortuna: addirittura Tommaseo, nel suo celebre dizionario ottocentesco, ci pianta sopra una bella croce mortuaria (sappiamo che Tommaseo aveva l’epitaffio facile, e dava per morte tante parole che invece sono poi fiorite meravigliosamente). Nel Novecento spicca il volo, affiancato dalla variante ‘parodistico’; quest’altra sfrutta un suffisso aggettivale, ‘-istico’, che in italiano piace tanto, anche se in molti casi ha un ingombro ingiustificato e una sfumatura che sa più di sbavatura: al parodico non manca niente — solo, l’‘-istico’ sa adombrare adattamenti dall’inglese, dal francese, dal greco stesso.

Abbiamo quindi un aggettivo che ci qualifica ciò che ha i caratteri della parodia, della riproposizione ironica di un certo modello a fini critici. Posso parlare dell’evidente intento parodico di un discorso con cui l’artista accetta un premio, che imita il fraseggiare di un politico; posso parlare del poema parodico che ribalta un immaginario consolidato; posso parlare del successo di un film parodico, che sfata tutte le altezze di un’opera monumentale. Il parodistico, forse, sta più in superficie, lambisce più l’intenzione, l’atteggiamento, la tendenza (l’-ismo). Il parodico sembra avere più i piedi per terra, essere più calato nella concretezza dell’attributo.

E naturalmente può anche spingersi oltre, fin dove arriva la parodia — all’imitazione scadente, caricaturale, ridicola. Per cui posso anche parlare di come il dirigente svolga il suo ruolo in modo parodico, di un’istituzione parodica ed esautorata, che a confronto di ciò che era suscita il senso del grottesco, o di un insegnamento parodico, ignaro e ignorante.

Le vie aperte da questo carattere di contro-canto sono molte e brillanti, il tono è piacevolmente sostenuto.

Parola pubblicata il 25 Febbraio 2026 • di Giorgio Moretti