Occitan

Dialetti e lingue d'Italia

oc-ci-tàn (pron: u-ssi-tàn)

Significato Appartenente alla lingua d’òc, detta anche ‘lingua provenzale’

Etimologia da òc, nel significato di ‘sì’ affermativo, a sua volta dal latino hoc ‘(è proprio) questo (quello che dici)’.

  • «Parles a nòstra mòda? Encuei lo dion ‘occitan’» "tu parli 'alla nostra maniera'? Oggi lo chiamano 'occitano'" (frase in occitano alpino, pronuncia. /parles a nostro modo? encuèi lu dìun ussitàn/)

In Italia, il bel paese là dove il sì suona del canto XXXIII dell’Inferno (tacciamo per un momento il fatto che al verso prima si legge ‘Ahi Pisa vituperio delle genti’: Dante aveva una parola buona per tutti) si parla anche la lingua d’òc, l’occitano. Dante usa come criterio classificatorio delle lingue neolatine la forma usata per dire ‘sì’: , appunto, da noi, òc nella Francia meridionale, oïl, poi diventato oui, nella Francia settentrionale. Mentre deriva da sic, come a dire ‘è così come dici’, òc deriva da hoc ‘è questo che dici’, mentre oïl deriva da illu(d), ‘è quello che dici’.

En passant notiamo che a Dante era chiarissimo che queste lingue si assomigliavano tra loro, ma non gli era affatto chiaro che queste derivassero dal latino: per Dante il latino era una lingua artificiale, una lingua internazionale di cultura creata dagli antichi, e, se vedeva quella che noi chiamiamo ‘variazione diatopica’ (in parole povere: in luoghi diversi si parlano lingue diverse, che sono tra loro strutturalmente simili ma diverse nei suoni e nel lessico), non intuiva il concetto di 'variazione diacronica', cioè il fatto che tutte queste lingue derivano da una lingua parlata comune, il latino (volgare) appunto.

E tuttavia la sua non era una una visione del tutto peregrina, perché, entro certi limiti, è vero che il latino classico scritto è una lingua fissata, normalizzata, ingegnerizzata, elaborata, ben diversa dal volgare parlato che poi ha dato luogo alle lingue che oggi sono chiamate neolatine. Una cosa del tutto simile è avvenuta nel rapporto che hanno le lingue dell’India con il Sanscrito: derivano dalla forma parlata (e infatti vengono dette pràcrite cioè ‘non raffinate’) e non dalla forma ‘perfezionata’ cioè sànscrita (saṃskṛtam: letteralmente con-fecta, elaborata: vi si riconosce la radice kṛ, ‘fare’, che è la stessa di karma, che altro non è che ‘le cose fatte’).

L’occitano è stata effettivamente la prima lingua elaborata, cioè letteraria, del medioevo europeo, dopo il latino, tanto che nella Commedia è l’unica altra lingua volgare (qui nel senso di ‘diversa dal latino’) utilizzata oltre al fiorentino: messa in bocca, per ben 8 versi, a Arnaut Danièl, grande poeta trobadorico, nel canto XXVII del Purgatorio.

eu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi qu'esper, denan.

[Io sono Arnaut, che piango e vado cantando
afflitto vedo la passata follia,
e lieto vedo, davanti, la gioia che spero.]

Bene, oggi l’occitano è una lingua in forte regresso, ridotta socialmente a dialetto e quasi estinta nella Francia meridionale, anche se è l’unica lingua minoritaria della quale si possa dire che ‘ha vinto un Nobel’, quello dato a Frédéric Mistral all’inizio del ‘900 per il poema Mirèio scritto nella varietà occitana detta provenzale. Le propaggini più orientali della zona di lingua d’òc arrivano in Italia, in 14 valli del Piemonte occidentale, fino al limitare della pianura: sono valli poco note, esclusa forse la Val di Susa, purtroppo assai spopolate, di bellezza stupefacente, e riscoperte dal turismo solo in tempi recenti: la Val Maira, la Val Varaita, la Val Chisone, la Val Pellice, e la stessa Val Po, cioè la valle alpina dove il Po nasce e dove non è altro che un torrentello ai piedi del torreggiante Monviso.

Ci troviamo di fronte a un caso unico: le lingue cosiddette minoritarie, e i dialetti, sono tali proprio perché non hanno avuto una tradizione scritta. L’occitano invece è la lingua dalla tradizione letteraria più antica, e nonostante questo, la storia – e le persecuzioni religiose, magari qualcuno dei lettori ricorda ‘la Crociata degli Albigesi’ – l’ha relegato a una posizione di forte debolezza, anche se il numero di parlanti è oggi tutto sommato stabile e c’è un forte senso di riscoperta identitaria. Nella piccola zona occitanofona d’Italia, i valligiani hanno sempre saputo di parlare in modo simile ai vicini d’oltralpe, e l’emigrazione stagionale ed i commerci erano rivolti massimanente da quella parte, e in modo notevolmente diverso rispetto alla pianura piemontese. Ma non sapevano di parlare la grande lingua dei poeti cortesi trobadorici del ‘200: e infatti dicevano semplicemente “noi parliamo alla nostra maniera”, scritto a nòstra mòda e pronunciato /a nostro modo/.

Se avete voglia saperne di più di questo incredibile, e poco conosciuto, patrimonio culturale d’Italia, il Prof. Matteo Rivoira, illustre glottologo all’Università di Torino (e lui stesso occitanofono nativo della Val Pellice) in questi video fa una splendida introduzione alla lingua di queste valli.

Parola pubblicata il 23 Febbraio 2026 • di Carlo Zoli

Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli

L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.