Obito
ò-bi-to
Significato Morte
Etimologia voce dotta recuperata dal latino obitus ‘incontro; tramonto; morte’, derivato di obìre ‘andare incontro; tramontare; andare in rovina’, da ire ‘andare’ col prefisso ob- ‘contro, verso’.
- «Curiosamente, nessuno ha pianto l'obito di quel fetente.»
Parola pubblicata il 28 Aprile 2026 • di Giorgio Moretti
Il mortorio ha preso una piega tutta ironica. È chiaramente collegato alla morte, e sappiamo che se una festa è un mortorio non c'è granché da divertirsi — ma che cosa sia, diciamo pure fosse, un mortorio, non altrettante persone lo saprebbero dire. Anzi, apprendere che il mortorio sarebbe il funerale ci punge: probabilmente mai parleremmo del mortorio della persona compianta — ci parrebbe fuori luogo, burlone com'è.
Ora, quello che tastiamo oggi è un altro nome della morte, un nome molto più dotto, letterario, poetico. Non ha molti parenti, tranne l'obitorio, che al contrario del parallelo morte-mortorio, alla burla ha preferito il camice — quale luogo di conservazione di cadaveri, specie in attesa di autopsie e riconoscimenti. E ci sarebbe anche il meno noto obituario, che è semplicemente un registro delle morti.
Ora, obito è un prestito dal latino preso presto dall'italiano, all'alba del Trecento. E — anche se al nostro naso poco raffinato non è così evidente — si tratta di un eufemismo dei più classici. L'obitus in latino è l'incontro — propriamente è participio passato di obire, cioè 'andare incontro'. Ha delle declinazioni astronomiche: obitus è anche il tramonto. E naturalmente l'incontro per antonomasia, il tramonto per eccellenza è la morte. Ma come diavolo usare questo termine?
Il significato sarà anche dei più semplici, ma la parola non lo è parimenti. È poco trasparente (il nesso con l'obitorio non aiuta poi troppo nella decifrazione), è appartiene a un registro così alto che corde e piccozze non bastano, servono le ali: in quali casi si può usare?
Sappiamo bene quanto sia universale la passione per l'uso di sinonimi ed espressioni che coprano la morte, anche sfidando il ridicolo e l'inopportuno. Si preferisce cento volte dire che una persona è scomparsa, che si è spenta, che è mancata. Quindi una parola in più che ci permetta, di fatto, di non dire la morte, non sembra questa grande risorsa, specie se così poco economica.
E però senz'altro ci sono delle occasioni solenni in cui si parla di morte. In queste occasioni molte espressioni possibili hanno qualcosa che può suonare storto; il decesso ha un tono molto tecnico. Il trapasso è alto sì ma brusco. La dipartita ha una maestà aulica che può scivolare nel magniloquente.
L'obito è sdrucciolo, veloce, scuro e stretto. La sua intensa ricercatezza ce lo rende scevro dalle impressioni che l'uso più serrato matura. E premesso che usare la parola 'morte' di spaziato rado ha davvero qualcosa di sconveniente, l'obito qui è una risorsa.
Si può parlare dell'obito di un capo di Stato, dell'obito di una personalità cardine del paese, dell'obito che chiude il capitolo di una grande esperienza collettiva. Ma poi certo, con ironia, posso anche parlare dell'atteso obito della zia odiosa e danarosa.
Parola difficile, e da non scordare. Il modo fine in cui sa essere sorprendente ci apre una possibilità davvero interessante.