Loquela

lo-què-la

Significato Facoltà di parlare; parlata, modo di parlare

Etimologia voce dotta recuperata dal latino loquela ‘favella, idioma’, derivato di loqui ‘parlare’.

  • «Interessante loquela, la tua. Da dove hai detto che vieni? E che cosa hai bevuto?»

Sorte davvero interessante. È una parola vasta, di ampie accezioni — ma mostra una fortuna particolare e un particolare nitore d'uso quando le diamo uno specifico senso.

Loquela è della pianta del loqui latino, che è un enorme 'parlare' (praticamente privo di eredi popolari). In latino loquela è linguaggio, parola, capacità di parlare, ma ha già anche il senso di idioma; è stata presa in prestito in italiano a partire dal Duecento.

Ma capiamoci: quando diciamo che la loquela è la facoltà di parlare, il modo di parlare, il discorso, il linguaggio, l'inflessione, non stiamo inanellando una serie di strade possibili che il concetto può prendere. Ciascuna rende frattalmente le altre, ciascuna contiene delle altre il riflesso e la forma.

Prendiamo un caso d'uso antico e madornale. Siamo nel X dell'Inferno, Dante sta attraversando i sepolcri infiammati degli eretici, ha appena finito di parlare che un'apostrofe abrupta lo interpella.

"O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto."

È il nobile Farinata degli Uberti, che riconosce Dante come fiorentino da come parla (tenerezza dell'immaginare il Sommo che attraversa i tre regni aspirando le c). La loquela di Dante è il suo parlare, il suo eloquio, la maniera in cui parla, la cadenza, l'accento. (Colpo di scena: in realtà qui Dante sfila un versetto dall'evangelista Matteo, 26-73, che racconta di come Pietro rinneghi Gesù, venendo però sgamato come suo amico per l'accento della Galilea — gli dicono «Loquela tua manifestum te facit».) Ma per dar altro corpo all'osservazione, altrove, nel Convivio, Dante considera come propria loquela il volgare.

L'eloquio stesso, per noi, è un modo di esprimersi valutabile, che però non comprende facilmente le inflessioni (può essere forbito, può essere povero e via dicendo). La cadenza è più tecnica e più stretta sull'andamento della parlata da un punto di vista melodico. L'accento e l'inflessione ci portano subito a un'individuazione locale del modo di parlare, in maniera piuttosto neutra. La facondia e la parlantina coprono sì una porzione della loquela, ma davvero piccola — si concentrano su abbondanza e scioltezza di parola.
La favella d'altro canto avrebbe il respiro per coprire uno spazio altrettanto complesso — dalla facoltà all'idioma al discorso — ma la sua aura supermedievaleggiante la limita, e comunque sembra più specializzata sul grosso dell'idioma, piuttosto che sulle altre sottili caratteristiche del modo di parlare.

Sentiamo un po' come funziona. Posso parlare della loquela della gente del posto di mare dove siamo in vacanza, che ci ispira una simpatia brusca; posso parlare di come la loquela dell'assessore abbia fatto pensare non solo a me che abbia molto apprezzato gli assaggi in cantina; posso parlare della formidabile loquela della bambina, tanto personale quanto ricca; di come il nonno fosse un eccellente parlatore in francese, in bulgaro, in latino e in altre loquele.

C'è la fisicità di un portamento, nella loquela, che permea il contenuto del singolo discorso, della singola parola, e che è a un tempo espressione e manifestazione di un linguaggio condiviso con una sua identità riconoscibile. È roba, eh.
Naturalmente non siamo davanti alla parola da niente, che può finir buttata in qualunque frase; è una parola ricercata, dotta. E ci mancherebbe: un discorso che intenda cogliere la verticalità della loquela, dal collettivo al personale e dal personale al collettivo, non è un discorso ottuso. Ciò nondimeno ha una sua popolarità accessibile: non è una parola astrusa, e la riflessione sul modo di parlare non è cervellotica nemmeno al bar.

Parola pubblicata il 09 Ottobre 2026 • di Giorgio Moretti