Gramo
grà-mo
Significato Povero e doloroso; misero, meschino; scarso, debole
Etimologia prestito germanico medievale, dal germanico *gram ‘cattivo, dannoso’ (donde il tedesco Gram ‘affanno, angoscia’).
- «Non c'è niente da leggere qui, solo qualche gramo romanzetto.»
Parola pubblicata il 29 Luglio 2026 • di Giorgio Moretti
Non basta il poco, per definire il gramo: serve anche la pena del poco.
Pensiamo alla classica vita grama, che non è soltanto una vita di ristrettezze: è una vita che pesa addosso a chi la vive, fatta di fatiche lunghe e di soddisfazioni corte. Il raccolto gramo non è distintamente scarso: è la magra che delude una stagione di lavoro. La luce grama della lampadina che resta nella casa vuota è più che fioca: intristisce quello che dovrebbe rischiarare. Notiamo la complessità: quest'aggettivo dice insieme una quantità, poca, e un dolore, tanto. Il povero e il doloroso, saldati in due sillabe ruvide e scure.
C'è una coerenza discreta, in quel suono d'affanno. Per la miseria l'italiano ha nomi a iosa, pescati per lo più intorno al Mediterraneo, lago delle nostre traversie: dal latino il 'misero', dal greco il tapino, dall'arabo il meschino. Il gramo invece è calato dal Nord: è un prestito germanico medievale, dalla voce germanica ricostruita come gram 'cattivo, dannoso', che il tedesco conserva ancora tale e quale — Gram, 'affanno, angoscia'. In italiano è di casa dal Duecento, e con buoni esordi: ad esempio grama è la vita che la lupa dantesca (o che sei ancora qui, Dante? non andavi in ferie?) impone a chi vessa («molte genti fé già viver grame»). Un tempo aveva perfino famiglia — il verbo gramare, addolorare, e la gramezza, lo stato di chi è afflitto. Si sono spenti entrambi, e l'aggettivo è rimasto, solingo, a portare tutto il carico.
Un carico che si capisce meglio in compagnia — richiamiamo quegli altri figuri che dicevamo. Il misero lo constatiamo da fuori, quasi con una misura; il meschino, che pure nacque povero, oggi lo giudichiamo, perché la sua miseria si è fatta morale, di grettezza; il tapino lo compatiamo con un sorriso, ha l'aria vintage, perfino ironica; il pitocco, ambiguo, ha soprattutto una miseria recitata o di lesina. Il gramo lo sentiamo bene: ha una miseria che patisce da dentro, senza consessi pubblici a notarla. È piuttosto profondo e penetrante, nel sentimento che suscita — determinato dal poco che duole. Se parliamo di una vita misera stiamo facendo una fotografia, ma se parliamo di una vita grama stiamo facendo un racconto.
Possiamo parlare del gramo stipendio che evapora alla terza settimana del mese, dell'orto gramo dopo un'estate senz'acqua (due zucchine in tutto), della grama figura che facciamo dovendo presentarci a mani vuote. Registro prezioso, il suo: è abbastanza alto da nobilitare la frase, ma abbastanza contadino da non suonare paludato; con una vocazione spiccata per le miserie che — sollievo — sono le nostre, non fanno tragedia.
Volgendo all'atterraggio, notiamo che il gramo ha anche un altro risvolto — quello superstizioso. Si dà del menagramo a chi 'mena gramo', cioè mena, porta, cose grame: voce lombarda (al suo paese suona menagram) che l'italiano ha accolto solo nel Novecento.
E c'è perfino un pentimento illustre, in questa storia. Nell'edizione del 1827 dei Promessi sposi Renzo restava lì «gramo e scontento»; rileggendo, Manzoni glielo tolse, e nella stesura definitiva Renzo è soltanto «tristo». Sorte grama anche la sua: perdere pure il posto in un gran romanzo. Ma nessuna parola era più attrezzata a sopportarla.