Fremo
Dialetti e lingue d'Italia
fré-mo
Significato Varietà: occitano alpino — donna, moglie, femmina. (Grafia ‘Escòlo dou Pò’. In grafia classica normalizzata si scrive ‘frema’.)
Etimologia dal latino femina.
- «Venèm ieu e ma fremo» ('Veniamo io e mia moglie', frase in occitano alpino)
Parola pubblicata il 01 Giugno 2026 • di Carlo Zoli
Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli
L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.
Lungo le Alpi ci sono varie zone dialettali dove i femminili terminano in -o. Mi diverte sempre molto, quando mi trovo in Valle Maira, sentire chiamare la nono e la mamo (‘la nonna’ e ‘la mamma’). Lì si sente proprio una -o, mentre in altre zone, come nella Val di Sole trentina o certe aree friulane, per i nomi femminili derivati dalla prima declinazione latina, si odono delle vocali finali abbastanza curiose, intermedie da tra -o e -a, di cui i parlanti di solito vanno molto orgogliosi: a Rabbi e Pejo, due valli laterali della Val di Sole che assomigliano molto al Paradiso Terrestre (almeno: come lo immagino io) quando abbiamo fatto il vocabolario, non c’è stato verso di convincere i nostri informanti a scrivere -a per mostrare l’etimologia e l’affinità con tutte le altre lingue neolatine. Niente da fare, siamo dovuti andare a pescare la å da ‘inserisci simbolo’ di Word; che è una lettera, in Europa, usata solo da alcune lingue scandinave.
(A proposito: si dice ‘scandinàve’: io come wannabe linguist tendo ad essere descrittivo più che prescrittivo, e quindi so bene che quasi tutti dicono scandìnavo; ma se volete fare bella figura a una cena dite ‘scandinàvo’, tutti protesteranno e voi direte che l’avete letto su UPAG).
Bene, la più femminile di tutte le parole femminili è, par excellance, la parola che vuol dire ‘femmina’, o almeno che deriva dal latino femina, ciò la parola di oggi, che da quelle parti ha subito un’evoluzione notevole. Da femina > femna > fembra > frema > fremo: le ‘r’ amano molto spostarsi tra sillebe adiacenti, in un fenomeno che si chiama ‘metatesi’, e che raggiunge picchi estremi nella Sardegna meridionale, contro ogni logica di ‘pronunciabilità’: ‘marzo’ – facilissimo da pronunciare – si dice mratzu… vai a capirli!), che oggi vuol dire più sia ‘donna’, sia ‘moglie’ sia ‘femmina’.
Il latino aveva due parole per l’area semantica di ‘individui di sesso femminile’: femina, mulier (con significato in gran parte sovrapponibili, a parte sfumature), e poi, nel senso di ‘moglie legittima’ aveva uxor, che non ha dato séguiti romanzi, a parte iper-cultismi come ‘uxoricidio’). A femina e a mulier si è poi aggiunto domina che dal senso originario di ‘padrona di casa’ è passato precocemente a significare semplicemente ‘individuo adulto di sesso femminile’.
Abbiamo dunque un campo semantico che va da ‘individuo umano femminile’, a ‘individuo femminile non necessariamente umano’, a ‘moglie’ nel quale si distribuiscono tre parole che nel passaggio dal latino ai dialetti romanzi suonano fem(m)ina, moglie(re), do(mi)na. E qui comincia un labirinto divertenti e affascinante di competizione, slittamento, sovrapposizione tra i tre termini. L’italiano standard li mantiene tutti e tre con i significati che sappiamo. Alcuni dialetti italiani ne conservano uno solo, come il nostro di oggi, dove fremo vuol dire tutte e tre le cose. Diversi ne conservano solo due: ad esempio nei dialetti meridionali (femmena, tu sì ‘na mala femmena ‘sei una donna cattiva’) si accoppiano ‘femmina’ e ‘donna’ e resta separato muglière nel significato di ‘sposa’; altre volte, sempre con un sistema a due, si fondono i significati di ‘donna’ e ‘moglie’ e resta separato quello di ‘femmina biologica’: è il caso delle lingue iberiche (e del nostro catalano di Alghero), con ad esempio lo spagnolo che ha la mujer e la hembra (riecco la -r- intrusa) degli animali.
Ci sarebbe molto da dire, e molto da discutere su un piano antropologico e culturale, ma non lo faremo e ci limitiamo a chiederci, sul piano esclusivamente lingusitico, “perché moltissime parlate uniscono ‘moglie’ e ‘donna’ in una sola parola"? Forse il solo ruolo della donna accettabile nella società è quello di ‘moglie’?
È un caso esemplare di metonimia: un nome che nasce non relazionale (individuo femminile) essendo usato spesso con un possessivo (‘la mia donna’) diventa relazionale: ‘moglie’ è relazionale come tutti i nomi di parentela: si può essere ‘madre’, ‘zia’, ‘moglie’ solo di qualcuno). Questo fenomeno è avvenuto molto recentemente anche in italiano, e ancora mia nonna lo criticava fortemente, con ‘ragazzo/a’: da puramente non relazionale (individuo giovane), attraverso sintagmi come ‘il mio ragazzo’, si è passati anche al significato di ‘(quasi) fidanzato’.