Elicere

e-lì-ce-re (egli e-lì-ce)

Significato Far uscire fuori; estrarre; ricavare, ottenere in risultato; sceverare, separare

Etimologia voce dotta recuperata dal latino elicere ‘far uscire fuori’, derivato di lăcere ‘attirare’ con prefisso ex- ‘fuori’.

  • «Ogni volta che parla, elice sentimenti che non pensavi di saper provare.»

Arcaico, disusato, obsoleto, letterario, poetico. Sono marche che non ci instradano verso un panorama d'uso massiccio. Ma spesso sono promettenti su altri versanti.

L'elicere latino è un far venire fuori, esplorato in decine di accezioni. Si tratta di un derivato di quel lăcere che, rammentavamo, dà i natali a delizie e allettamenti (e ad altre illecebre). Attira, con una sfumatura di inganno, o almeno d'arte. Tant'è che questo elicere ha particolare spazio in ambito magico — è un verbo di evocazione.

Anche noi facciamo qualcosa del genere col verbo chiamare, a pensarci bene: quando una scena chiama la lacrima, quando un virtuosismo chiama l'applauso, quando una provocazione chiama rivolta, siamo davanti a un gesto che fa uscire qualcosa, non senza un certo calcolo — la lacrima, l'applauso, la rivolta. Questo è il nucleo dell'elicere. Il finale elice calde lacrime, il pezzo di bravura elice l'ovazione, la battuta velenosa elice una reazione.

Tanto diretto era sentito questo elicere che ha anche conservato il senso latino di un 'estrarre'. Quando la zuffa si metteva male potevo elicere la squarcina dal fodero, e posso elicere certi documenti dallo schedario. Sentiamo bene il tono che ha, con quale sfumatura l'idea di un 'far venire fuori' si coniughi con un 'estrarre': quasi non c'è mano.

Facile arrivare al ricavare, all'ottenere in risultato. Si elice la verità da una serie congruente di indizi, si elice fiducia dal notevole successo, e posso parlare di chi elice frutti interessanti da un mio sforzo.
Ultimo passo, lo sceverare, il separare: questo far venire fuori sa anche dividere e discernere. Dopo il caos possiamo elicere le azioni sagge da quelle scervellate, con un po' di sale possiamo elicere ciò che è destinato a durare da ciò che non lo è.

Termine arcaico, disusato, obsoleto, letterario, poetico, dicevamo. Però non ha uguali. Ha una prospettiva che a tender bene l'orecchio ha una marezzatura magica — il potere di far uscire ciò che è dentro (chiuso, inespresso, mescolato) richiamandolo all'effetto. Forte.

Non è più un attrarre, un estrarre; si avvicina al suscitare (che pure ha la sua bella piega negromantica), e non è lontano dal destare. Ma hanno entrambi accezioni meno articolate — forse, proprio perché molto più battuti, più scavati in un alveo più netto. Puoi suscitare un pianto e destare una ribellione, ma il loro modo di richiamare si ferma lì.

Diciamo la verità — che è una verità struggente. L'elicere, verbo raro dalle accezioni ampie, versatili e nebulose, e per soprammercato estremamente difettivo (oltre all'infinito esiste solo la terza persona singolare dell'indicativo presente: elice) è un verbo che ha avuto ampio successo in letteratura anche per motivi... di rima. Si presta a dire molto e rima bene, in -ice, dal dice alla radice, dalla fenice al felice. Questo, finché è importato, lo ha conservato.

Oggi l'elicere è senz'altro circoscritto in una nicchia storica, o di uso sottile. Più fortunato, col giro che ha fatto in inglese, il fratello elicitare (in varie scienze, ottenere qualcosa tramite uno stimolo). Però. Avere un 'far uscire fuori' che intreccia in maniera tanto complessa l'arte, il potere, il richiamo e la loro impalpabilità... averlo e non usarlo. Che peccato che è.

Parola pubblicata il 07 Ottobre 2026 • di Giorgio Moretti