Compassione
com-pas-sió-ne
Significato Atteggiamento di partecipazione dei dolori e dei mali altrui
Etimologia voce dotta recuperata dal latino tardo compassio, da compassus, participio passato di compati ‘soffrire insieme’.
- «Provo compassione per chi mi ha ferito deliberatamente.»
Parola pubblicata il 11 Marzo 2026 • di Giorgio Moretti
C’è qualcosa che mette soggezione (quasi di numinoso) nel modo in cui la parola ‘compassione’ si è conservata limpida, nei millenni. Certo, ha vissuto nel mondo, e quindi è stata tratta dentro a quegli usi che volgono sentimenti di partecipazione al dolore altrui in schifo, sprezzo, insofferenza; ma sempre in una maniera minoritaria — che non è riuscita a inquinarne il cuore, come è accaduto invece ad altre parole. Cerchiamo di capirne l’alchimia.
In latino compassio è una sofferenza comune. Il gigantesco verbo pati estende i suoi significati nel vasto campo della sopportazione, e una delle accezioni più celebri (anche perché conservata nel nostro ‘patire’) è proprio il soffrire — mentre il com- lo rende compartecipato.
Dai prefissi non si scappa: impostano subito il concetto in modi immediati e inevitabili. Anche per questo è sicuramente molto più difficile immaginare una compassione di maniera, affettata, e figuriamoci schifata, sprezzante, insofferente. Se non partecipa, se non condivide, se non mette in comune, non sembra avere la consistenza della compassione.
Beninteso, la compassione non avrebbe niente da farsi invidiare dalla pietà, dalla carità — ma queste parole, peraltro tanto centrali nel discorso religioso nostrano, hanno finito per per precipitare le parti più sporche del rapporto col dolore altrui. Addirittura dalla parola ‘pietà’ si fugge, andando perfino a ripescare la pietas latina, che non c’entra niente, pur di non far sentire lo schifo. Novelli dr. Jekyll, noi vogliamo soltanto la parte pulita del rapporto — con sentimenti olimpici, da cui non traspare niente che faccia senso. Ma qui ciò che non fa senso non ha senso.
La compassione, in maniera misurata e sincera, soffre dei mali altrui, ci si inzacchera. Sembra meno spicciola, meno facile di pietà e carità — tant’è che stenta a entrare in espressioni cristallizzate, pensiamo semplicemente al ‘per carità’, al ‘per pietà’. Non abbiamo dei ‘per compassione’ di agilità e superficialità paragonabili. Anzi; certe espressioni cristallizzate e ricorrenti, come ‘muovere a compassione’, marcano proprio la difficoltà della compassione, che fa i conti con una forte inerzia del cuore.
Così posso parlare di come il racconto ci abbia mosso a compassione, facendoci riconsiderare tutte le impressioni che avevamo avuto fino a quel momento; della compassione che il bambino mostra per la cruda sorte di una creaturina minuscola; della compassione che mostri riservando una cura speciale.
La compassione conosce, riconosce, compartisce, si assume il male e il dolore — ed è già un esorcismo che toglie loro potere. Una fortuna, avere una parola del genere.