Cattivo

cat-tì-vo

Significato Contrario a principi morali, sgarbato, non idoneo, scadente, sfavorevole, nocivo, brutto, sgradevole

Etimologia dal latino captìvus ‘prigioniero’, derivato di captus, participio passato di càpere ‘prendere’; in particolare, dal latino cristiano captìvus diàboli ‘prigioniero del diavolo’.

  • «Che cattivo, potevi lasciarmene una fetta!»

Anche alle parole serve del talento, per costruirsi un regno semantico. L'ampia regione di ciò-che-non-va è da sempre molto frazionata — infatti spesso, per la pragmatica della comunicazione, è necessario trasmettere l'informazione di perché, di come qualcosa non va. Tizio è ipocrita o doppiogiochista? La pesca è marcia o insapore? Il lavoro è grossolano o inconcludente? Il romanzo è noioso o ingenuo? Ogni carattere così individuato richiede una risposta diversa, per essere affrontato al meglio. Il latino in questo campo aveva un grande signore che però faceva aggio sull'opposta istanza di economia lessicale, un iperonimo capace di abbracciare tutto questo: il malus.

Non che il malo non esista, in italiano — però certo è rigido e antiquato, lo usiamo quasi solo in espressioni cristallizzate, spesso addirittura univerbate (dal malo modo alla malagrazia). Ben più comune e vivace (curiosissimo!) l'avverbio derivato, malamente. L'antico regno del malus, oggi, è stato occupato quasi tutto dal cattivo (che cattivo!).

Captivus è una parola che in latino aveva un significato ben preciso, ossia 'prigioniero'. È un semplice derivato del verbo càpere, 'prendere' — è il 'preso'. E da questo dato capiamo che ci dev'essere qualcosa di interessante e tutt'altro che scontato nel modo in cui questo prigioniero classico (il cui stato si conserva nella cattività) è diventato il proteiforme cattivo. Forse che i prigionieri, essendo avversi, erano giudicati persone poco raccomandabili? Forse che la prigionia rendeva costoro maldisposti e rancorosi? No.

Dobbiamo guardare al latino ecclesiastico. Sappiamo che molte formule, che molte parole di questa lingua si sono fatte strada con forza nella lingua comune: in secoli delicati, culturalmente non dei più brillanti, hanno potuto contare su una una costanza, una diffusione e un carisma d'uso difficilmente pareggiabili.

Nel nostro caso, ad aver fatto la fortuna del cattivo è l'espressione captivus diaboli, cioè 'prigioniero del diavolo'. Quello d'essere prigionieri d'un demonio, che quindi ispira e indirizza azioni malvagie, non è un giudizio leggero; certo c'è il dettaglio di una responsabilità personale forse diminuita, ma sul risultato di empia perfidia non si sbaglia. D'altro canto, è normale che il giudizio pesante subisca in decenni e secoli un'inflazione di significato — così, senza sofisticherie, il cattivo del diavolo resta cattivo e basta. Ma tale è l'allure di questa parola che il malo si trova alla malaparata, e il cattivo trionfa.

Così oggi parliamo di una cattiva compagnia che è cote del vizio, delle cattive maniere che mostro a tavola, di strade cattive (letterali o metaforiche), di cattivi materiali, di professionalità cattive, del colesterolo cattivo e della cattiva poesia, del cattivo tempo, di odori, sapori cattivi, e del sangue cattivo che ci facciamo. Tutto male — con accezioni dal maligno laccato di nero allo scarso meschinamente scrostato. Tutto traguardato nella luce, nel paradigma di un male così inquietante, così disturbante, da dover essere per forza di cose opera del diavolo.

Parola pubblicata il 27 Maggio 2026 • di Giorgio Moretti