Assassino

as-sas-sì-no

Significato Chi commette un omicidio, chi danneggia cose o persone, persona scellerata e malvagia

Etimologia forse dall’arabo al-Hashìshiyyuun ovvero ‘coloro che sono dediti all’hascisc’, oppure dalla parola asàs che significa ‘fondamento’.

  • «Hai messo il formaggio sulla ribollita?! Assassino!»

Secondo me l’assassino non è il maggiordomo; all’improvviso tace, si gira e mi guarda con quegli occhi assassini che non ti dico il batticuore che ho avuto; quei vandali che hanno danneggiato i nidi delle rondini sono degli scellerati, degli assassini! Quante volte possiamo usare questa parola, sia per indicare chi (letteralmente) uccide, sia per definire un atteggiamento malvagio o qualcosa di estremamente conturbante! Infatti, l’omicida non lascia margine a interpretazioni altre, si tratta della persona che uccide qualcuno, punto. Ma l’assassino è, oltre a quello che ammazza qualcuno, anche chi ferisce, danneggia per malvagità o incapacità. È una parola da giocare in più mani, nella partita della lingua.

La sua origine è dibattuta. La tesi più conosciuta ed evocativa ci porta agli albori del secondo millennio, nel 1094, presso l’impenetrabile rocca persiana di Alamut, nell’attuale Iran settentrionale, quasi sul Mar Caspio. Qui e poi in tutto il territorio persiano fino alla Siria, sotto il comando di un carismatico capo di una fazione ismailita (corrente musulmana che rientra nell’alveo dello sciismo), Hasan i-Sabbah — anche noto come Vecchio della montagna — impose la dottrina nizarita (le varie correnti islamiche che si sono succedute nella storia sono un affare complesso). I nizariti erano noti anche col nome di assassini, e perseguivano i loro obiettivi politici tramite un uso sistematico dell’omicidio. La leggenda vuole che prima di ammazzare la gente, fumassero hascisc, facendo di essi gli al-Hashìshiyyuun, i dediti all’hascisc. Ora, pare che al tempo dell'ingresso di questa parola in italiano forse tramite l'occitano, cioè il XIII secolo, l'uso dell'hascisc fosse abitudine del popolino, perciò si affermò subito col significato di 'gentaccia': è in italiano che assassino diventa il sinonimo di omicida, irradiando poi anche nelle altre lingue questo senso.

Tornando alla storia e alle sterminate terre persiane, pare che l’insespugnabile fortezza di Alamut fosse conosciuta per la bellezza dei giardini e la ricchezza delle sue biblioteche, in cui teologi e filosofi studiavano e disquisivano. C’erano anche laboratori per esperimenti alchemici e osservatori astronomici. Questo ha forse dato adito alla leggenda che Marco Polo racconta ne ‘Il milione’ a proposito di Alamut (notiamo che Polo visse due secoli dopo il famoso Vecchio della montagna): Polo riferisce che Hasan i-Sabbah aveva ricreato in Alamut il paradiso, con giardini fioriti, e donne bellissime, e fiumi artificiali di latte e miele, dove ogni desiderio veniva esaudito: si dice che rapisse chi voleva diventasse suo adepto (uomini usi all’esercizio delle armi), e che lo facesse vivere per un po’ in questo paradiso — finché non fosse stato necessario l’omicidio di qualcuno: al che l’adepto veniva drogato e trasportato fuori dal paradiso di Alamut. E la sola speranza di rientrarvi era portare a compimento la missione omicida comandata dal Vecchio della montagna.

Più recentemente lo studioso e membro dell’Académie française Aamin Maalouf, nel suo testo Le crociate viste dagli arabi, riferisce che l'etimo di assassino possa essere ricondotto alla parola asàs, ovvero 'fondamento', facendo degli assassini meramente dei fondamentalisti.

Fra realtà e fantasia, fra storia e leggenda, si sviluppano le nostre frammentarie conoscenze di questa specialissima società che si estese dalla Persia alla Siria — dalla sua scismatica nascita alla sua fine sotto gli zoccoli delle orde mongole — e che però ancora, a distanza di secoli, impone sulla nostra lontana lingua la cifra del suo terrificante costume. Che la parola assassino la si debba ad una droga o ad un dogmatismo fondamentalista, oggi noi continuiamo ad indagare per essere sicuri che l’assassino non sia davvero il maggiordomo.

Parola pubblicata il 17 Maggio 2026 • di Maria Costanza Boldrini