dal latino sorbēre ‘inghiottire, assorbire un liquido’.
«Mi sono sorbito anche la seconda parte del film.»
Sorbire è 'bere'. Basta così? No. Posso sorbire una zuppa calda. Posso sorbire uno zabaione spumoso. Lo zio può sorbire un calice della nuova annata. Lo sentiamo: sono azioni che sono un bere, in effetti. Lo zio quel calice finisce per rovesciarselo in bocca. Se nessuno si scandalizza, alla fine davvero sollevo il tegamino di coccio e ci appoggio le labbra. Lo zabaione, se nessuno mi vede (quando nessuno mi vede), lo slurpo direttamente dalla ciotola di portata. Ma il bere è sbrigativo, economico.
Il carattere principale del sorbire sembra sia il suo essere un ingoiare senza masticare, poco alla volta. «Come il sorseggiare?» eh, ma il sorseggiare è leggero e mondano, mentre il sorbire è corposo e intento. Uno dei sorbiri più fissati nel passato della lingua era il sorbire l'uovo crudo — chiamato per questo anche, e meravigliosamente, sorbile (aggettivo desuetissimo che rappresenta ciò che si può sorbire). Beninteso, è una cosa che facciamo quando ci gustiamo qualcosa di liquido o quasi, quando lo assaporiamo mandandolo giù poco alla volta — ma lo facciamo anche quando la cosa da mandar giù non è gradita e stentiamo. La medicina che ci tocca prendere, e che al gusto è polverosa come un fondo di cassetto, o amara come una foglia di quercia, la sorbiamo — finché il cuore risvegliato non decide di troncarla in un gran sorso finale. E questo sorbire è quello che passa nel significato figurato — che lo trasforma in un sopportare malvolentieri. Il ramo figurato positivo è praticamente secco.
Posso sorbirmi la rampogna del nonno senza nemmeno ascoltarla; per assecondare la tipa che sto corteggiando posso sorbirmi uno spettacolo di tre ore che la entusiasma; e già paventiamo le cene prenatalizie che ci sorbiremo festosamente con una dozzina di gruppi diversi.
L'ingoiare, il mandar giù, d'altro canto si prestano meravigliosamente a questo genere di malsopportazione. E il sorbēre latino non era che un 'ingoiare', al massimo un 'assorbire' (che ne è derivato). Altre parole corrono ad altre sfumature. Pensiamo alla parsimonia commendevole e gradevole del centellinare. Pensiamo soprattutto alla pesantezza stucchevole dello sciropparsi, che pare simile nell'esito figurato («Mi sono sciroppato tutta la conferenza»), ma che dà un senso di transito più rapido e greve: se la conferenza me la sorbisco, ne patisco la lentezza.
E il sorbetto? Il sorbire ci si sovrappone, ma l'origine è turca: şerbet è una bevanda dolce e fresca a base di frutta, arabismo da šarba 'bevanda'.
Parola pubblicata il 04 novembre 2026 · di Giorgio Moretti
Sorbire è 'bere'. Basta così? No.
Posso sorbire una zuppa calda. Posso sorbire uno zabaione spumoso. Lo zio può sorbire un calice della nuova annata.
Lo sentiamo: sono azioni che sono un bere, in effetti. Lo zio quel calice finisce per rovesciarselo in bocca. Se nessuno si scandalizza, alla fine davvero sollevo il tegamino di coccio e ci appoggio le labbra. Lo zabaione, se nessuno mi vede (quando nessuno mi vede), lo slurpo direttamente dalla ciotola di portata. Ma il bere è sbrigativo, economico.
Il carattere principale del sorbire sembra sia il suo essere un ingoiare senza masticare, poco alla volta. «Come il sorseggiare?» eh, ma il sorseggiare è leggero e mondano, mentre il sorbire è corposo e intento. Uno dei sorbiri più fissati nel passato della lingua era il sorbire l'uovo crudo — chiamato per questo anche, e meravigliosamente, sorbile (aggettivo desuetissimo che rappresenta ciò che si può sorbire).
Beninteso, è una cosa che facciamo quando ci gustiamo qualcosa di liquido o quasi, quando lo assaporiamo mandandolo giù poco alla volta — ma lo facciamo anche quando la cosa da mandar giù non è gradita e stentiamo. La medicina che ci tocca prendere, e che al gusto è polverosa come un fondo di cassetto, o amara come una foglia di quercia, la sorbiamo — finché il cuore risvegliato non decide di troncarla in un gran sorso finale. E questo sorbire è quello che passa nel significato figurato — che lo trasforma in un sopportare malvolentieri. Il ramo figurato positivo è praticamente secco.
Posso sorbirmi la rampogna del nonno senza nemmeno ascoltarla; per assecondare la tipa che sto corteggiando posso sorbirmi uno spettacolo di tre ore che la entusiasma; e già paventiamo le cene prenatalizie che ci sorbiremo festosamente con una dozzina di gruppi diversi.
L'ingoiare, il mandar giù, d'altro canto si prestano meravigliosamente a questo genere di malsopportazione. E il sorbēre latino non era che un 'ingoiare', al massimo un 'assorbire' (che ne è derivato). Altre parole corrono ad altre sfumature. Pensiamo alla parsimonia commendevole e gradevole del centellinare. Pensiamo soprattutto alla pesantezza stucchevole dello sciropparsi, che pare simile nell'esito figurato («Mi sono sciroppato tutta la conferenza»), ma che dà un senso di transito più rapido e greve: se la conferenza me la sorbisco, ne patisco la lentezza.
E il sorbetto? Il sorbire ci si sovrappone, ma l'origine è turca: şerbet è una bevanda dolce e fresca a base di frutta, arabismo da šarba 'bevanda'.