Postergare
po-ster-gà-re (io po-stèr-go)
significato
Lasciare in secondo piano, trascurare o disprezzare; rimandare, anteporre altro. In ambito giuridico, invertire l’ordine di priorità fra creditori o ipoteche; nell’uso burocratico, scrivere sul retro di un documento
etimologia
dal latino medievale postergare, formato sulla locuzione latina post tergum «dietro le spalle», con tergum «dorso, schiena». In origine valeva letteralmente «gettarsi qualcosa dietro le spalle».
«Per far posto alle urgenze abbiamo postergato ancora una volta la manutenzione ordinaria.»
Parola pubblicata il 05 novembre 2026 · di Greta Mazzaggio
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Sulla scrivania non c’è più posto e arriva un altro fascicolo. Lo si prende, lo si appoggia dietro di sé, sulla sedia o sul davanzale, e si dice che appena possibile ci si darà un’occhiata. Il gesto dura un secondo; la pratica, a giudicare da come vanno di solito queste cose, resterà lì per settimane. L’italiano ha un verbo che contiene proprio questo gesto, spalle comprese, e che oggi si incontra quasi solo nelle carte.
Post tergum, in latino, è «dietro la schiena», e il verbo medievale che ne è uscito nasce con un significato fisicissimo. La prima attestazione registrata dal De Mauro, avanti il 1349, è un passo di Boccaccio in cui compare uno scudo postergato, cioè buttato dietro le spalle. L’uso è da tempo fuori corso, ma lo sviluppo successivo si indovina da sé: ciò che sta dietro le spalle non si guarda, e ciò che non si guarda smette presto di preoccupare. Il verbo è passato così a «tenere in scarsa o nessuna considerazione», «trascurare», perfino «disprezzare», e soltanto per ultimo, a «ritardare». Lo spagnolo, che ha ereditato lo stesso verbo, parte invece dal ritardo, rispetto al posto che spettava o al tempo in cui l’atto avrebbe dovuto avere effetto, dice la Real Academia. Vi aggiunge un uso che da noi non esiste: danneggiare un dipendente dando a un collega più recente la promozione che per anzianità toccava a lui. Anche lì, insomma, c’è una fila in cui qualcuno viene scavalcato.
Per questo scambiare postergare con i suoi sinonimi più comuni è meno innocuo di quanto sembri. Quando valgono ‘rimandare’, rinviare, differire e posticipare parlano soprattutto di calendario: una seduta viene rinviata, un pagamento differito, un appuntamento posticipato. Rimandare è il verbo quotidiano e più indulgente: la cosa viene spedita verso un noi stessi futuro, con la promessa che prima o poi tornerà. Procrastinare, da pro e crastinus, ‘di domani’, è invece quello che più apertamente accusa; e infatti a scuola si può essere rimandati, ma nessuno è mai stato procrastinato. Una parola a parte merita tergiversare, l’unica parente di sangue: contiene lo stesso tergum, unito a versare, ‘voltare’. Chi posterga mette la faccenda dietro di sé; chi tergiversa si volta lui, e prende tempo girandoci intorno senza rispondere né decidere.
Insomma, tutti questi sinonimi ci fanno intuire quanto la nostra lingua volentieri organizzi l’importanza nello spazio. Una priorità viene prima; un argomento centrale sta al centro; una questione marginale si allontana ai margini; ciò che trascuriamo finisce in secondo piano. Postergare aggiunge a questa geometria il corpo: davanti c’è quello che affrontiamo, dietro le spalle quello che non vogliamo o non possiamo guardare.
Per questo funziona bene quando il rinvio nasconde una gerarchia, anche involontaria. Possiamo postergare la prevenzione alle emergenze, la qualità alla rapidità, il riposo a un lavoro che trova sempre una nuova scadenza. In ciascun caso il tempo racconta un valore: ciò che slitta continuamente è ciò a cui, nei fatti, concediamo meno posto.
Questa idea di ordine spiega la sopravvivenza del verbo nel diritto. La postergazione cambia il grado fra creditori o ipoteche, cioè modifica chi debba essere soddisfatto prima e chi dopo. Nel burocratese, invece, postergare può significare «porre a tergo», scrivere sul retro di un documento; è un uso vicino ad attergare e ormai specialistico.
È una parola letteraria e non conviene fingere che appartenga alla conversazione più spontanea. «Posterga il bucato e vieni al cinema» avrebbe una comicità un po’ notarile. Ma in una relazione, in un editoriale o in una discussione sulle scelte collettive può essere precisa senza diventare paludata: la sicurezza postergata al profitto; le attività di cura postergate perché poco visibili; un intervento strutturale che viene postergato a misure più appariscenti. Il verbo rende percepibile la gerarchia nascosta dentro il rinvio.
Riscoprire postergare non serve a nobilitare la nostra pigrizia con un abito di quattro sillabe. Serve quando occorre distinguere il semplice dopo dal meno importante. Le cose postergate, infatti, non cessano di esistere soltanto perché abbiamo deciso di voltare loro le spalle: restano lì, ammassate nell’ombra alle nostre terga, e proprio da lì continuano a pesare.