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Plenitudine

ple-ni-tù-di-ne

significato

Stato di ciò che è completo, compiuto e perfetto; grande quantità, moltitudine

etimologia

voce dotta recuperata dal latino plenitudo ‘pienezza’, derivato di plenus ‘pieno’.

  • «La plenitudine di questo finale è mirabile.»

Che parola maestosa, marmorea, magniloquente. Ci promette di considerare un concetto elevandolo a un'altezza olimpica.
Parlare di plenitudine è parlare di pienezza — e anzi il centro del nostro discorso deve essere il confronto con la pienezza. Non sono lontane: l'etimologia non è misteriosa e non differisce in maniera rilevante. Il latino plenus è alla base del pieno da cui la pienezza, e della plenitudo da cui la plenitudine.

Però pienezza — in mezzo al sommo grado, alla totalità, all'intensità completa di sentimento e ricchezza — ha anche dei tratti bassotti. Possiamo serenamente parlare del senso di pienezza alla fine della lasagnata, o della pienezza di una cisterna.
La plenitudine deliba soltanto i significati più olimpici. O meglio, è su quelli che scava il suo alveo (poi di tentativi ne sono stati fatti su tutte le accezioni della pienezza).

È compiutezza e perfezione. La pienezza della plenitudine acquista un orizzonte ontologico; ha qualcosa del vocato, del chiamato a un grado di omnicomprensività di tutto ciò che è proprio di una natura, entelechia e appagata completezza. Vogliamo dire che è una pienezza mistica? E diciamolo.

Tant'è che, mentre il buon Tommaseo, al solito, registrava questo termine nel suo vocabolario piantandoci sopra una bella croce, il Novecento lo ritrova e lo riprende.

Prendiamo D'Annunzio in Maia, che descrive il profilo dei gioghi, il gregge al tempio antico, il tepore del sole. E si fa scappare «[...] Tutto / era plenitudine e pace: / non morte, non ruina: / armonia di forme perfette, / concordia del Coro infinito». Circostanze che mi pare definiscano bene la plenitudine.
Prendiamo Luzi in La colonna, che si addentra nel volo delle rondini finché «[...] M'assale / anima e corpo questa plenitudine».
Prendiamo Pirandello in Chi la paga, che rende un cane steso al chiaro di luna dicendoci che «Di tratto in tratto sospirava; ma era sospiro di soddisfazione per la sua sicura plenitudine beata».

E va bene, in poesia e in letteratura si può molto, anche la plenitudine. Ma noi? Noi la si può avere un po' di plenitudine, in queste vite così febbrili?
E come no. Non è che il mistico stia di casa solo in cima al monte. Parla di compiutezza, di perfezione, anche di moltitudine, volendo. Roba che può trascendere, ma che nel caso trascende un po' da dove gli pare, anche da qui.

Non posso parlare della plenitudine del menu di Natale (di già?!) in cui ogni diversa persona della famiglia troverà quel diverso piatto tanto atteso? Non posso parlare della plenitudine di una storia che ci lascia ogni volta in lacrime, annodata come un tappeto di Kashan? Non posso parlare della plenitudine della gente al concerto, che ha riempito il locale tutta unita in un talento, complice e affiatata?

La pienezza qui non arriva facilmente. La completezza, col suo tratto collezionistico o burocratico, men che meno. La perfezione sdrucciola facilmente sul lezioso. La pletora resta invischiata nello scandalo di un eccesso. L'appagamento corre alla didascalia dell'effetto. La plenitudine ha una sua presente plenitudine.

Parola pubblicata il 08 novembre 2026 · di Giorgio Moretti

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