Anafora
Le figure retoriche sono una bombaa-nà-fo-ra
significato
Figura retorica che consiste nella ripetizione di una o più parole all’inizio di un segmento di testo
etimologia
dal greco anaphorà ‘ripetizione, riferimento’, a sua volta dal verbo anaphèro ‘portare indietro’.
Parola pubblicata il 28 luglio 2017
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Come tante altre, anche questa parola porta sulle proprie spalle più significati: mentre in linguistica indica il semplice riferimento a qualcosa di già menzionato precedentemente (“Ho visto Marco e l’ho salutato”, in cui lo è un pronome anaforico che fa riferimento a Marco), in retorica è la ripetizione di una o più parole all’inizio di un segmento di frase.
Qualcuno addirittura dice che questa figura retorica sia lo scheletro della poesia, visto il parallelismo – tradizionalmente tipico del genere poetico – che essa crea. Ma non è tutto. L’anafora, infatti, non è solo appannaggio dei versi, ma è anche momento della vita di tutti i giorni: dalle preghiere, in cui la ripetizione è un tentativo del fedele di rendere più chiara l’invocazione, alle filastrocche, dove la funzionalità è legata alla semplicità di memorizzazione di segmenti simili, fino alle essenziali parole dei bambini (“E facciamo che io ero un poliziotto e tu eri un ladro e che io dovevo catturarti e tu invece dovevi scappare”: qui la ripetizione è frutto, solitamente, della non ancora completa capacità di espressione dei bambini, ed è anche un perfetto esempio di polisindeto, che altro non è se non una forma di anafora).
Sull’espressività della ripetizione, che col fuoco delle parole marchia le nostre menti, hanno fatto affidamento tantissimi autori. È proprio con l’anafora che Dante, nel celeberrimo canto XIII dell’Inferno in cui s’incontra lo scrittore campano Pier della Vigna, ci porta con sé per la selva dei suicidi: “Non fronda verde, ma di color fosco; / non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti; / non pomi v’eran, ma stecchi con tosco: / non han sì aspri sterpi né sì folti / quelle fiere selvagge che in odio hanno / tra Cecina e Corneto i luoghi colti.” La ripetizione costante della negazione ha lo scopo di sottolineare la desolazione della selva per cui vanno Dante e Virgilio, in modo da rendere nitida l’immagine nella mente del lettore che, sopraffatto da queste scene nei propri pensieri, non ha certo alcuna difficoltà a vedere con gli occhi dell’ingegno il paesaggio descritto.
Nei suoi Sfoghi Pavese, grande poeta piemontese del primo Novecento, rivolgendosi all’infinito stellato parla così: “Infinito stellato, tu, la notte alla mente / che ti sta ansiosa dici che sei il mistero; / il giorno efimero ti nasconde allo sguardo, / il giorno che è nulla nell’immenso tuo, / il giorno che è tutta la vita dell’uomo.” Son proprio le caratteristiche del giorno – contrapposto all’infinito stellato – che enumerate una dopo l’altra esaltano le magie della controparte notturna, ammaliatrici dell’uomo Pavese come degli uomini tutti.
Con l’anafora, inoltre, si accumulano cose: tanti sono i baci che Catullo, nel I secolo a.C. chiede alla sua Lesbia nel carmen V: da mi basia mille, deinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, deinde centum: ‘dammi mille baci, poi cento, poi altri mille, poi ancora cento, poi ancora altri mille, poi cento’.
L’anafora può imprimere parole, sussurrare dolcezze, cantare melodie, cullarci, prenderci e strattonarci con forza; arriva, si allontana e poi ritorna, presente sullo sfondo finché non ha raggiunto il proprio scopo. Seducente si fa ricordare, e noi la ricordiamo, come le ideali amate voci del greco Kavafis, che “[…]A volte ci parlano in sogno / a volte esse vibrano dentro. / E con il suono, per un istante l’eco fa ritorno / della prima poesia di nostra vita – / come lontana nella notte una musica che dilegua.”